Retrogusto

Bel Belè, l’oasi di Scalo Farini

Una trattoria nuova ma che si ispira alla Milano che fu, un’eccezione in un quartiere in trasformazione ma ancora povero di locali credibili. Arredi vintage, atmosfera da circolo di quartiere, cucina casalinga, un bel po’ di ironia, e un’ottima cotoletta (di maiale) vestita o svestita

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Scalo Farini è una zona in grande cambiamento di Milano, dal cui centro la separa la grande cicatrice della ferrovia. Nel giro di qualche anno il grande processo di rigenerazione urbana in atto darà i suoi frutti e, come sempre accade, potrà diventare un nuovo “food district” cittadino. Per il momento ci si deve accontentare dell’opera di qualche pioniere, come Christian Algeri, che a digiuno di ristorazione in questo quartiere un paio di anni fa ha aperto con il socio Mattia Bodini Bel Belè, una trattoria onesta, una piccola oasi di cultura gastronomica. “Ancora solo due anni fa – racconta – questo era un quartiere marginale, anche un po’ pericoloso. Ora invece ci sono telecamere dappertutto e ci si viene volentieri”.

Il suo locale ha tutto quello che deve avere una trattoria di quartiere, senza eccessi. Un ambiente caldo e accogliente, giusto un po’ “nuovo”, ma con gli anni arriveranno quelle sgualciture così sexy. Neon, manifesti di film anni Settanta, poliziotteschi e commedie scollacciate, maglie da derby, oggetti da bric-à-brac, l’evocazione di un biliardo che io non ho visto ma magari da qualche parte c’è. Si nota l’evidente ricerca di appoggiarsi a un immaginario da circolo di quartiere, da dopolavoro con un pizzico di cultura. Comunque funziona.

La cucina è quella casalinga di rito lombardo, realizzata con buona mano e senza smanie creative. Con un occhio alla tradizione e un altro al budget. La cotoletta, per esempio, è fatta con carne di maiale e non di vitello, e Christian sa che i puristi storceranno la bocca, ma del resto “io mi ricordo che mia madre me la faceva così, e del resto vogliamo tenere bassi i prezzi”. La cotoletta Belè (“sua maestà”, è definita nel menu), costa infatti 21 euro sia nella versione vestita (con rucola e pomodorini) sia in quella svestita (con delle buone patate al forno). E io che l’ho assaggiata posso dire che raramente ho trovato una tale perizia nella frittura. La doppia panatura è molto affezionata alla carne, le resta bene attaccata, e quest’ultima è di media altezza e piacevolmente morbida. Ventuno euro ben spesi.

Il resto del menu è quello che ci si può aspettare in un locale come questo. Un’insalata di nervetti tiepida di cui mi resterà la curiosità (l’ho ordinata ma è finita nel dimenticatoio), un uovo impanato su pure burrosissimo à la Robuchon, una giardiniera dell’orto di Mariolino (evviva Mariolino!), i mondeghili “della borghesia milanese” (va detto che l’ironia non manca), le alici del Cantabrico con burro echiré salato, le tigelle che vanno a Ibiza grazie al lardo di Pata Negra). Tra i primi ovviamente il risotto giallo con osso, una improvvisa zingarata a Roma con i troccoli alla gricia (di nonna Concetta), la pasta e fagioli, il mezzanottesco spaghettone aglio nero, olio e peperoncino. Tra i secondi spunta qualche azzardo gourmet: coscia d’anatra confit all’arancia, rib-eye di manzo bavarese, guancia brasata al Barolo. Dolci tradizionali, con il guizzo di un Tiramisù espresso preparato direttamente al tavolo.

A pranzo il menu cambia di giorno in giorno ed è davvero da famiglia: torte salate, timballi, quello che offre il mercato. Un piacevole ristoro per i dipendenti delle tante aziende che di recente si sono spostate in zona. Nel tardo pomeriggio un aperitivo vecchio stile, pochi cocktail ma ben fatti e da sgranocchiare noccioline e patatine.

La carta dei vini è piccola, il vino della casa nel mio caso era un quartino di una Barbera un po’ mossa, ho bevuto di meglio ma le aspettative non erano alte. Si spende a cena sui 35 euro a persona, a pranzo molto meno.

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