
Un cuoco che attraversa il Novecento senza mai fermarsi dietro i fornelli di un ristorante. Giuseppe Masotola, detto monsù Peppino, nato a Napoli nel 1889, ha vissuto una vita che sembra un romanzo, e forse proprio per questo ne è diventato protagonista. A ricostruirne l’esistenza è Bruno Damini, giornalista e scrittore, che ha dedicato sei anni a raccogliere frammenti, aneddoti e testimonianze. Il risultato è “Il primo a prender fuoco fu Totò” (Minerva Edizioni, 196 pagine, 16,90 euro).
Masotola iniziò come lavapiatti, imparando osservando in silenzio i gesti degli altri. Da lì un percorso errante che lo portò nelle cucine di nobili partenopei, a bordo delle navi della Regia Marina, e persino sull’Elettra, il laboratorio galleggiante di Guglielmo Marconi. Per lui cucinare significava soprattutto interpretare il mondo, e le sue ricette – sempre intrise di radici napoletane – finirono sulle tavole di personaggi come Beniamino Gigli, Eduardo De Filippo, Ingrid Bergman e Roberto Rossellini.
La sua presenza si intreccia a eventi storici che di rado si raccontano dalla prospettiva delle cucine. Era imbarcato sull’incrociatore Calabria quando, nel 1923, il Giappone fu scosso dal terremoto di Kantō. Servì durante l’occupazione italiana della Cirenaica. Sempre tra padelle e casseruole, si ritrovò a cucinare per soldati, artisti, aristocratici. Una vita vissuta ai margini delle cronache ufficiali ma al centro di storie che oggi suonano straordinarie.
Masotola non amava lasciare traccia scritta delle sue preparazioni: sosteneva che un piatto fosse irripetibile, come un’opera d’arte. «Chiunque tenti di eseguirle non ripeterà mai il mio piatto», era solito dire, senza vanità ma con la consapevolezza che ogni gesto, ogni tempo di cottura, ogni ingrediente lasci una firma non replicabile.
Impulsivo, passionale, a un certo punto decise di recidere il legame con il proprio passato. Bruciò lettere, diplomi, fotografie. Tra queste, anche l’immagine che lo ritraeva accanto a Totò, uno dei grandi con cui aveva lavorato. Quel rogo simbolico diventa oggi il titolo del libro di Damini, che sceglie la prima persona come registro narrativo, trasformando la biografia in un diario immaginario dello stesso monsù Peppino.
L’autore ha incontrato Masotola da ragazzo, a Napoli, e da allora ne conserva un ricordo vivido. «Sono morto prima di morire quando ho smesso di cucinare», diceva il cuoco errante, consegnando alla memoria un’esistenza che lui stesso cercava di cancellare. Damini, al contrario, ne raccoglie i frammenti e li restituisce in un racconto che intreccia storia, costume e gastronomia.
Bruno Damini, parmigiano di nascita e bolognese d’adozione, ha attraversato mondi diversi: dalla comunicazione teatrale alla scrittura, con una predilezione per le cucine e le cantine più che per i salotti. Tra i suoi libri recenti figurano L’uovo di Marcello (2019), dedicato agli attori e alle loro memorie culinarie, e I fagioli ribelli (2021), da cui è nato un progetto nazionale di educazione alimentare per pazienti pediatrici. Con Il primo a prender fuoco fu Totò aggiunge un tassello alla sua personale galleria di storie in cui il cibo diventa specchio della vita.
Perché, come ripeteva
Masotola, «a morire, come a vivere, nessuno te lo insegna». E forse il senso di questo libro sta tutto qui: nelle vite che si consumano come piatti unici, irripetibili, eppure capaci di lasciare un profumo che resiste al tempo.