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D’Ingeo arriva all’ALTO Rooftop a Cervia

Lo chef pugliese già al milanese Carico sbarca nel ristorante romagnolo all’interno del Villa del Mare SPA Resort e porta la sua cucina rotonda e ricca di sapori che si armonizza con un progetto in cui il fine dining ritualizzato si scioglie in un’esperienza più trasversale, in cui cucina, cocktail bar, musica ed estetica si fondono

D’Ingeo arriva all’ALTO Rooftop a Cervia
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Cambio di passo ad ALTO Rooftop, il progetto affacciato sull’Adriatico all’interno del Villa del Mare Spa Resort di Cervia. Con l’inizio del nuovo anno, la guida della cucina del ristorante gastronomico e del tapas bar passa a Leonardo D’Ingeo, chiamato a interpretare una fase di evoluzione ulteriore per uno spazio che fa della contaminazione tra linguaggi – cucina, mixology, design e ospitalità – il proprio tratto distintivo.

ALTO Rooftop si muove infatti fuori dal perimetro del fine dining tradizionale, quello costruito su ritualità codificate e narrazioni a effetto, per cercare una clientela cosmopolita e trasversale. Qui l’esperienza non è affidata a un solo protagonista, ma nasce dall’interazione simultanea tra cucina, cocktail bar, musica, piscina e componente estetica. In questo contesto, il ruolo dello chef è meno centrale e più relazionale: leggere lo spazio, valorizzare il lavoro degli altri interpreti e contribuire a una visione d’insieme coerente.

In questa direzione va anche il dialogo stretto con il bar guidato da Niccolò Amadori, chiamato a costruire insieme alla cucina una narrazione comune, in cui cibo e drink non procedono su binari paralleli ma si incontrano, si sovrappongono, a volte si sfidano.

La cucina di D’Ingeo porta con sé un lessico fatto di rotondità dei sapori e gusto pieno, radicato in una memoria gastronomica meridionale che lo chef rilegge come ponte ideale tra il Sud da cui proviene e l’Adriatico che oggi lo circonda. L’idea è quella di un “parco giochi” controllato, dove trovano spazio fermentazioni spinte, ossidazioni, acidità marcate e concentrazioni decise, sempre però governate da una chiara coscienza del risultato finale e della sostenibilità del modello.

«In questo nuovo capitolo avevo bisogno di tornare a spingere, di respirare aria fresca e misurarmi con un contesto più grande», spiega D’Ingeo. «In Claudio Amadori ho riconosciuto un imprenditore con visione e la capacità di darmi libertà creativa dentro un progetto strutturato».

Classe e formazione di D’Ingeo raccontano un percorso costruito sul campo. Figlio e nipote di casari, cresce in un ambiente in cui il rapporto con il prodotto e la trasformazione artigianale sono parte della quotidianità. Inizia presto a lavorare, alternando lo studio all’alberghiero a esperienze stagionali sul lago di Garda e a Cervia, per poi passare dalla Puglia – tra Trani, Corato e Bari – dove, accanto ad Antonio Bufi, matura una prima consapevolezza autoriale.

Seguono Parigi, con Robuchon, e soprattutto Carico a Milano, dove resta quattro anni: una tappa decisiva, segnata da una cucina internazionale, libera e contaminata, e da un ritmo creativo quotidiano che lo spinge a confrontarsi con tecniche e linguaggi diversi. Dopo Carico arriva il Salento, a Masseria Francescani, dove cura l’intero progetto food, consolidando una cucina legata alla Puglia ma attraversata da influenze francesi, giapponesi, danesi e dal mondo della fermentazione, con un lavoro centrato su vegetale, brace e cotture ancestrali attorno a un “fuoco madre”.

Il progetto ALTO Rooftop trova il suo equilibrio nella visione di Claudio Amadori, imprenditore che dal 1995, con Le Giare, ha costruito locali riconoscibili per identità e sostenibilità economica. Amadori ha dimostrato negli anni un fiuto particolare per i talenti emergenti, accompagnandoli in fasi cruciali della loro crescita, e continua a interpretare il ruolo dell’oste-imprenditore con presenza costante in sala e attenzione al posizionamento.

L’arrivo di D’Ingeo si inserisce così in una traiettoria precisa: non una

rivoluzione, ma un ulteriore assestamento di un progetto che punta a essere laboratorio continuo, più che palcoscenico. Un luogo dove cucina e bar non cercano effetti speciali, ma un linguaggio comune credibile nel tempo.

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