A pochi passi dal Pantheon, in piazza Rondanini, a Roma, c’è una pizzeria che ha scelto di giocare la partita della pizza su un terreno diverso da quello abituale. VICO Pizza&Wine occupa gli spazi di Palazzo Rondanini alla Rotonda, edificio cinquecentesco fatto costruire dal cardinale Thomas Wolsey, uomo chiave della corte di Enrico VIII, sulle rovine delle terme neroniane. Lo stemma dei Tudor campeggia ancora oggi sul soffitto affrescato a grottesche, restaurato dalla Soprintendenza. Una cornice che non passa inosservata e che contribuisce a spiegare perché VICO venga spesso definita “la pizzeria più bella del mondo”.
Ma, come si dice a Roma, spesso "il bello non balla". Invece qui anche la sostanza va dietro all'estetica. L’idea è quella di ridefinire il concetto stesso di pizzeria, sottraendolo a una narrazione esclusivamente popolare senza snaturarne la vocazione conviviale. «Chi l’ha detto che una pizzeria non possa essere bellissima?» osserva Antonio Palumbo, ideatore e anima del progetto, con alle spalle un’esperienza nell’hôtellerie caprese. VICO nasce così: una pizza contemporanea di alta qualità inserita in uno spazio straordinario ma informale, dove l’eleganza diventa consuetudine quotidiana.
Al centro resta la pizza. Il lavoro sugli impasti e sulle cotture porta la firma di Ciro De Vincenzo, 31 anni, cresciuto nei Quartieri Spagnoli di Napoli e oggi pienamente riconosciuto tra i giovani pizzaioli più interessanti della scena nazionale. Dopo l’affiancamento iniziale a un maestro, De Vincenzo ha costruito un percorso personale fondato su studio e ricerca: farine diverse, idratazioni calibrate, controllo rigoroso dei tempi di lievitazione e più tecniche di cottura. «Oggi posso dire di avere un impasto mio, contemporaneo e riconoscibile», spiega. Un impasto declinato in versioni fritte, cotte a legna o in forno elettrico.
Il menu autunnale conferma questa impostazione e propone un equilibrio tra tradizione e sperimentazione. Le pizze in carta sono diciannove, tra classici, creazioni stagionali e due calzoni. Spiccano le proposte in doppia cottura, prima fritte e poi al forno, come la Margherita Vico o la Tonno e Cipolla, accanto a pizze cotte in sequenza tra forno a legna ed elettrico. Non manca la possibilità di condividere, con formati pensati per il centro tavola e percorsi degustazione stagionali che permettono di attraversare impasti, topping e stili diversi in modo più rilassato.
Prima della pizza, spazio ai fritti: montanarine, crocchè, supplì e frittatine di pasta, lavorati con una leggerezza che punta sulla digeribilità. Tra le proposte più riuscite, la Montanarina Bomba Marinara, fritta e farcita a freddo con riduzione di San Marzano, aglio, olio e peperoncino. Accanto alla pizza, una sezione “Dalla cucina” recupera lo spirito delle pizzerie napoletane d’altri tempi, con piatti come la genovese di vitello o salsiccia e friarielli.
Importante anche il capitolo beverage. La carta dei vini, circa cento etichette curate da Vincenzo Boffo, spazia tra grandi nomi e piccoli vignaioli, con un’attenzione particolare agli abbinamenti con i fritti e alle proposte al calice. La miscelazione è affidata a Salotto 42, che firma una drink list dedicata, con cocktail pensati per accompagnare la pizza. Il risultato è un indirizzo che funziona anche oltre la cena, dal pranzo all’after dinner.
Gli spazi, ristrutturati dallo studio Roberto Antobenedetto, tengono insieme antico e contemporaneo senza forzature.
Spiccano la boiserie liberty dipinta in stile carretto siciliano realizzata nel 1908 dagli Stabilimenti Ducrot su disegno di Ernesto Basile, il lampadario monumentale e una serie di opere e dettagli che rimandano a Napoli con leggerezza. In sala, il lavoro al banco resta a vista: impasti, stesure e infornate diventano parte dell’esperienza.