Il dolore degli innocenti al tempo del virus

Dario Antiseri riflette sulla sofferenza che impone la scelta. Cedere all'assuro o scommettere sul senso della vita.

Di fronte all'immane tragedia che si è avventata in ogni angolo del mondo, un pensiero invade le nostre menti: è quello della fragilità dell'uomo ma non di questo o quel singolo, di una persona cara o di un nostro vicino, ma il pensiero della fragilità dell'intera umanità. Ha preteso di sostituirsi a Dio, ma l'uomo non è Dio; la ragione non è la dea-Ragione; il futuro non è nelle nostre mani. Potremmo dire che, inebriato dalle «magnifiche sorti e progressive», pieno di orgoglio per i risultati della ricerca scientifica e delle applicazioni tecnologiche, l'uomo si è sentito quasi onnipotente, ma in questi giorni a lui niente appare più sicuro, scontato una volta per tutte. È proprio così: niente è scontato, tutto è costruito e tutto può scomparire dalla salute che si perde e dalla vita di migliaia e migliaia di uomini e donne che svanisce nella più straziante solitudine. Strage di persone, prevedibile catastrofe economica, sconvolgimento dell'andamento più o meno «rituale» della vita quotidiana
Certamente, uno scenario apocalittico che, perlomeno che si possa dire, dovrebbe spingerci a essere meno stupidi e meno cattivi. Meno stupidi, aprendoci gli occhi su ciò che veramente conta e su tutto ciò che non conta, su quali «valori» e istituzioni custodire, preservare e difendere, e su quanto, anche se non c'è, non rende più povera e meno interessante la vita. E meno cattivi, facendoci capire che i mali vanno affrontati insieme, che l'arma più potente contro le difficoltà dalle più piccole alle più grandi è la solidarietà. La furia di una pandemia senza confini e senza «riverenze» rende evidente che siamo tutti uguali, precari e fragili, e che nessuno può presumere di venirne fuori da solo. Tanto più se si pensa, per dirla con Albert Einstein, che «la vita è una fugace visita in una casa sconosciuta».
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Il dramma che il Coronavirus ha scatenato sul nostro pianeta fa riemergere anche nelle menti dei più distratti, accentuandolo, il problema o, se vogliamo, il mistero del male del male che si abbatte sull'uomo, come nel caso dei terremoti o delle pestilenze, del male creato dall'uomo come nel caso delle guerre o delle altre forme di sopraffazione dell'uomo sull'uomo. Se c'è Dio, un Dio padre misericordioso, perché tanto male e così tanta sofferenza? Perché un Padre misericordioso e onnipotente permette che schiere dei suoi figli muoiano straziati sotto le macerie di un terremoto o dilaniati dalle schegge di bombardamenti programmati dalla migliore tecnologia? Dove stava e dove sta il Padre misericordioso mentre migliaia e migliaia di sue creature morivano e muoiono travolte dalla forza di uragani e inondazioni? Perché tanta sofferenza innocente e, soprattutto, perché la sofferenza degli innocenti, vale a dire dei bambini? Dove stava il Dio onnipotente mentre Alfredino Rampi rantolava in fondo al pozzo, lì vicino a Vermicino?
È proprio la sofferenza dei bambini lo scoglio dove non di rado si infrange la fede del credente e svanisce la speranza in un Dio onnipotente e giusto. «Se tutti devono soffrire per comprare con le loro sofferenze un'armonia che duri eternamente, cosa c'entrano però i bambini?». Questo si chiede Ivan Karamazov. E prosegue: «Finché sono in tempo mi rifiuto assolutamente di accettare questa armonia eterna. Essa non vale le lacrime nemmeno di quell'unica creaturina che si batteva il petto col piccolo pugno e pregava il buon Dio nello stanzino puzzolente. Non le vale, perché quelle lacrime sono rimaste senza riscatto . Io non voglio nessuna armonia, per amore dell'umanità non la voglio .
Non è che io non accetti Dio, Alioscia, soltanto gli restituisco il biglietto». Così Dostoevskij ne I fratelli Karamazov.
In uno dei romanzi più famosi di Albert Camus, mentre la peste infuria da giorni a Orano, il dottor Rieux il medico che per curare gli appestati aveva deciso di rinviare il suo ritorno in Francia e padre Paneloux si trovano a guardare in faccia, e a lungo, l'agonia di un innocente. Il ragazzo «continuava a gridare, e tutt'intorno a lui i malati si agitavano . Improvvisamente gli altri malati tacquero; il dottore riconobbe allora che il grido del ragazzo si era indebolito, che scemava ancora e che stava per finire. Intorno a lui i lamenti riprendevano, ma sordamente, e come un'eco lontana della lotta appena conclusa. Si era conclusa infatti . Con la bocca aperta, ma muta, il ragazzo riposava nella buca delle coperte in disordine, rimpiccolito di colpo, con resti di lacrime sul viso. Avvicinatosi al letto, Paneloux fece i gesti della benedizione. Poi raccolse la sua roba e uscì dal corridoio centrale . Rieux si voltò verso Paneloux: Ci sono ore, in questa città, che non sento se non la mia rivolta. Capisco, mormorò Paneloux. È rivoltante in quanto supera la nostra misura. Ma forse dobbiamo amare quello che non possiamo capire. Rieux si alzò di scatto, guardava Paneloux con tutta la forza e la passione di cui era capace, e scuoteva la testa. No, Padre, disse, io mi faccio un'altra idea dell'amore; e mi rifiuterò sino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati».
A sua volta lo scrittore e premio Nobel per la pace Elie Wiesel, uno dei sopravvissuti ad Auschwitz, scrive ne La notte: «La nostra processione continuava ad avanzare, lentamente . Non lontano da noi delle fiamme salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi si bruciava qualche cosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano bambini. Dei neonati! Sì, l'avevo visto, l'avevo visto con i miei occhi . Dei bambini nelle fiamme . Ecco dunque dove andavamo. Un po' più avanti, avremmo trovato un'altra fossa, più grande, per adulti».
Conclude Wiesel: «Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l'eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai».
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Ma occorre rileggere anche Søren Kierkegaard: «Credere è propriamente andare per quella via dove tutti gli indicatori stradali mostrano: indietro, indietro, indietro! Dunque, la via è stretta (e questo appartiene già alla fede). La via è buia; anzi, non soltanto buia e di un buio pesto, ma è come se la luce dei lampioni non facesse che confondere e aumentare l'oscurità proprio perché gli indicatori stradali significano la direzione inversa». Anche il viandante che sul cammino della fede avanza con più sicurezza, si ferma impietrito davanti all'indicatore «Strage degli innocenti». Si ferma, assalito da una folla di dubbi e a poco a poco sente venirgli meno la forza di proseguire. Non ha più coraggio, si arrende, ha perso ogni speranza. È svanita la fede, «restituisce il biglietto» e si lascia scivolare nella direzione segnata dall'indicatore «Strage degli innocenti» torna indietro travolto nei gorghi dell'assurdo, nella notte buia del non-senso.
Ma ecco che, scaraventato davanti allo stesso indicatore, c'è chi si ribella e si rifiuta di ammettere che l'assurdo sia la realtà definitiva e che la notte sarà eterna e invoca un senso che nessuna spiegazione può dare. Come il buon ladrone crede a dispetto e nonostante tutte le evidenze in contrario. Si aggrappa a quella fede che apre per dirla con Max Horkheimer «alla speranza che, nonostante questa ingiustizia, che caratterizza il mondo, non possa avvenire che l'ingiustizia possa essere l'ultima parola», che non sia ultima la parola del carnefice sulla vittima innocente.
Sul cammino della vita ognuno di noi ogni uomo e ogni donna si imbatterà inesorabilmente in un bivio dove sarà costretto a scegliere tra l'assurdo e la speranza. In quel momento, in quei giorni, la scienza tutta la scienza tacerà e non gli sarà d'aiuto la filosofia. Appesantito da inutili «spiegazioni», va alla ricerca di un «senso» su cui il sapere scientifico per principio resta muto e la filosofia, quando esplicitamente non lo nega, riesce a malapena ad aprirsi. Dunque: inevitabile è la scelta tra l'assurdo e la speranza o, per dirla in altri termini, tra l'esistenza e l'inesistenza di Dio.
Come scrive Luigi Pareyson: «La filosofia non interviene né per scegliere fra l'esistenza e l'inesistenza di Dio , né per dimostrare eventualmente l'esistenza di Dio . La scelta fra l'esistenza e l'inesistenza di Dio è un atto esistenziale di accettazione o ripudio, in cui il singolo uomo decide a suo rischio se per lui la vita ha un senso oppure è assurda, giacché a questa opzione si riduce in fondo e senza residuo quel dilemma».

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