Le due anime del Terzo Reich, animalista e insieme bestiale

Uno studio analizza i rapporto tra nazismo e mondo animale, dai "Tiger" al vegetarianesimo di Hitler, dal lupo alle "zecche ebree".

Alcuni campi di concentramento, come Buchenwald, avevano al di là del filo spinato piccoli giardini zoologici: costruiti e accuditi dai prigionieri, erano riservati al corpo di guardia e ai civili degli abitati vicini. Gabbie per volpi, lupi, cervi e persino orsi, ritratti in cartoline ricordo. A parte c'erano le falconiere per le SS.
L'affetto di Adolf Hitler per i cani è noto. Soprattutto pastori tedeschi: razza docile che obbedisce all'istante. Difficile ricostruire con esattezza quanti ne possedette. I maschi li chiamava tutti Wolf, le femmine Blondie. Non amava invece i gatti: perfidi, falsi, indipendenti e indomabili. Li considerava «bestie ebraiche». Hitler era anche convintamente contro la caccia (per lui i cacciatori erano «massoni verdi»), come lo era la maggior parte dei gerarchi, con l'eccezione di Hermann Göring, nominato «Guardiacaccia del Reich», lui sì un instancabile collezionista di trofei.
Poi c'è l'animalismo del Führer, rigorosamente vegetariano (e Heinrich Himmler sognava una dieta simile per le sue SS). Poi c'è l'elaborazione di un pantheon selvatico nazista, dove il posto d'onore è riservato al cervo, simbolo di virilità arcaica; al lupo, incarnazione del Potere; e al cavallo, che porta in sé i sacrifici e l'obbedienza del popolo tedesco (la Wehrmacht usò tre milioni di equini, soprattutto sul fronte orientale, la stragrande maggioranza finiti macellati dalle bombe o per la fame). E poi c'è l'aura totemica di alcuni nomi: i carri armati Tiger e Panther, la «Tana del lupo» e il «Nido dell'Aquila», Hitler chiamato «Wolf» nella sua cerchia magica. E gli esprimenti per far risorgere l'uro.
Sono molti gli elementi dello stretto rapporto fra l'hitlerismo e il mondo naturale indagato dal giornalista e storico Jan Mohnhaupt nel saggio Bestiario nazista. Gli animali nel Terzo Reich (Bollati Boringhieri): dall'idealizzazione della vita contadina che va di pari passo al movimento nazionalista, tra nuova ruralizzazione e rinnovamento razziale della Germania («Sangue e terra») fino ai grandi investimenti nell'allevamento del maiale per garantirsi l'autarchia alimentare.
L'autore legge tutto in chiave propagandistica (esempio: pidocchi e pulci raffigurati con le bandiere dei Paesi nemici) o contraddittoria. In realtà sono due facce dello stesso Reich. Da una parte così illuminato e moderno da varare leggi di protezione della fauna e della natura che negli anni Trenta ottennero lodi internazionali (è l'ecologismo che albergava nell'ideologia nazista), dall'altro così folle e feroce da distinguere razze animali da tutelare e razze animali da sopprimere. L'unicum di un regime capace di far assurgere bestie alla dignità di uomini e schiacciare uomini al rango di bestie.

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