Fatti (non" fummo a vivere come ratti. Tranne nei romanzi.

Dai cacconti di Forster che anticipano il lockdown all'incubo da sobborgo "ordinato" di Ballard.

Fatti (non" fummo a vivere come ratti. Tranne nei romanzi.

Immaginate di vivere in una casetta, magari di una stanza, connessa al mondo grazie alla tecnologia, senza potere mai incontrare qualcuno, e ottenendo l'occorrente, romanzi e musica, cibo e servizi, attraverso produzione e consegna realizzate interamente da una Macchina. Tutto questo a patto di osservare un unico precetto: non uscire mai sulla superficie terrestre. Per il vostro bene, è chiaro. Là fuori il clima è ostile, dice la Macchina. Possiamo scommettere che non faticate a figurarvi uno scenario simile, dopo il recente isolamento forzato. Lo scrittore Edward M. Forster aveva immaginato questa condizione nel 1909 quando pubblicò La macchina si ferma, che è anche il titolo della raccolta di racconti fantastici e distopici in arrivo negli Oscar Mondadori (La macchina si ferma e altri racconti, a cura di Massimo Scorsone, Oscar Moderni, pagg. 216, euro 13; dal 4 giugno in libreria, nell'anno del cinquantenario della morte). Le città non esistono più: uomini e donne sono rinchiusi in un mondo sotterraneo dove le possibilità di vedersi sono ridotte al minimo, quasi al nulla. A ciascuno la propria stanza: «La vista della sua camera invasa dall'improvvisa radianza e ingemmata di pulsanti elettrici la ristorò. C'erano pulsanti e interruttori dovunque pulsanti per richiedere cibarie, musica, indumenti. C'era il pulsante per il bagno caldo, premendo il quale dal pavimento emergeva una vasca in (simil-) marmo colma fino all'orlo di un caldo liquido reso del tutto inodore. E c'era quello per il bagno freddo. C'era il pulsante che produceva letteratura. E naturalmente c'erano i pulsanti grazie ai quali la donna poteva comunicare con le sue amicizie. Quella camera, benché non contenesse nulla, era in grado di mantenersi connessa con tutto ciò che al mondo aveva importanza per lei». A proposito, i social e i cosiddetti leoni da tastiera, gli utenti che si collegano solo per disturbare le conversazioni altrui o fare gli smargiassi o insultare? Roba nuova? Mica tanto. Leggete qua Forster: «Il gesto successivo compiuto da Vashti consistette nel disattivare l'isolatore, ed ecco che i messaggi accumulati negli ultimi tre minuti le si scaricarono addosso. La camera esplose di trilli di cicalini, sintonizzandosi di colpo su vari garruli canali di comunicazione. Che opinione si era fatta del cibo di nuova generazione? Poteva consigliarlo? Ultimamente le erano venute delle idee? Le si potevano riferire idee venute ad altri? Sarebbe stata disposta a visitare i pubblici vivai di lì a breve? Fra un mesetto, magari? Alla maggior parte degli interrogativi lei rispose con asprezza tratto sempre più comune in quell'epoca frettolosa».
La «non città» di Forster è solo un esempio, particolarmente calzante in questo periodo, delle terribili distopie che hanno segnato la letteratura specie del Novecento e oltre. Gli esempi potrebbero essere infiniti, usiamo come traccia, per i classici contemporanei Il futuro in bilico di Elisabetta Di Mincio, edito da Meltemi nel 2018. C'è la città classista suddivisa in zone e livelli, modello di infinite altre, sognata (era un incubo, però) nel 1897 da H.G. Wells nel Risveglio del dormiente (Mursia). I centri urbani sono megalopoli simili a uno sconfinato hotel-alveare. Nel 1907, Jack London, nel suo Tallone di ferro (Feltrinelli), aggiunge un tocco di vera classe. Perché immaginare un futuro sordido? La propaganda ama lo splendore architettonico. Ed ecco ergersi le grandiose città di Ardis e Asgard, simbolo visibile di incontestabile autorità. Evgenij Zamjatin, in Noi (Voland), scritto tra il 1919 e il 1921, ha sbriciolato con un potente romanzo fantascientifico le altrettanto fantascientifiche pretese dei sovietici. Zamjatin introduce il tema della sorveglianza e della delazione rivoluzionando l'aspetto della città. Le pareti dei palazzi sono di vetro trasparente. La summa perfetta di queste caratteristiche è la Londra di 1984, il capolavoro di George Orwell del 1948. La città è decadente e diroccata. Solo i ministeri, enormi, si stagliano all'orizzonte, sovrastando il resto del panorama. L'occhio del partito segue ovunque i cittadini, spiandoli attraverso giganteschi teleschermi, appesi non solo negli appartamenti ma anche per le strade e le piazze.
Si potrebbe continuare per pagine, includendo anche la cinematografia. Invece restiamo in campo letterario e facciamo un salto in avanti. Da un inglese, George Orwell, a un altro inglese, James Ballard, maestro delle avanguardie anni Settanta e Ottanta. Lo scrittore ci mostra resort di lusso, città private super protette, le lussuose periferie residenziali, il sobborgo di Londra con centri commerciali e ordinate casette, i grattacieli modello. Niente di strano se questa normalità non si rivelasse... anormale. L'architettura, qui, spersonalizza e reprime l'individuo, fino a una inevitabile esplosione di violenza irrazionale.
Infine, da un maestro all'altro, torniamo indietro di una generazione fino a William Burroughs. Le città di Burroughs sono Interzone: zone internazionali modellate su Tangeri, il luogo dove lo scrittore visse a lungo in attesa di tempi migliori dopo aver assassinato (per errore) la moglie con una fucilata alla testa. Criminali, spie, sfaccendati, tossicomani, scienziati pazzi, maniaci, estremisti, poliziotti convivono allegramente in attesa del caos, che arriva puntuale come (anzi: con) la morte. Se non è Tangeri, è Città del Messico o St. Louis: in ogni caso Burroughs ci porta sempre in luoghi a metà tra uno slum e una clinica svizzera, dove una postazione di cannoni laser resta abbandonata tra i cocci di un tempio Maya. Ma Burroughs era un ribelle: attraverso le architetture mette in scena il contrasto più forte, quello tra controllo e libertà.

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