Giuliano, molto imperatore e quasi per niente apostata

Le lettere e i discorsi di un "princeps" conservatore e illuminato che cercò di fermare il tempo. Invano

Solo venti mesi di regno, dal novembre del 361 al giugno del 363 d.C., un'inezia nella lunga storia dell'Impero romano. Eppure abbastanza per diventare un simbolo e per di più un simbolo ancipite, un vero Giano bifronte, su cui la storiografia ha sempre stentato a tenersi in equilibrio. Imperatore letterato - sia amici sia nemici concordavano sul fatto che fosse «linguae fusioris et admodum raro silentis» («era alquanto loquace e raramente taceva») - per i cristiani è sempre stato l'Apostata, il rinnegatore, colui che ha cercato di fermare la trionfale marcia della unica e vera religione. Tanto da costruire apposita leggenda (in epoche in cui si poteva ancora essere santi ed assassini di re contemporaneamente) in cui l'Imperatore veniva ucciso da San Mercurio di Cesarea. Per molti pensatori poco inclini al clericale è stato invece il filosofo al potere in lotta per conservare la pluralità religiosa e l'antica filosofia contro la superstizione. Basti in questo caso citare Voltaire: «sobrio, casto, disinteressato, valoroso e clemente... aveva tutte le qualità di Traiano... tutte le qualità che ammiriamo in Giulio Cesare, senza i suoi vizi; ed ebbe anche la continenza di Scipione. Infine, egli fu in ogni cosa pari a Marco Aurelio, il primo degli uomini».


Ma chi è stato davvero Giuliano Imperatore? Per scoprirlo niente di meglio della pubblicazione integrale delle Lettere e discorsi (pagg. 1270, euro 50, per i tipi di Bompiani, con una prefazione di Arnaldo Marcone). I testi, pubblicati con l'originale greco a fronte, grazie anche al dotto e puntuale saggio introduttivo di Maria Carmen De Vita, mettono il lettore direttamente di fronte a un politico pensatore che sognò di riportare l'Impero ai suoi antichi fasti e il cui sogno si infranse sulla punta di un giavellotto durante la lotta con quello che all'epoca era il grande nemico di Roma: l'impero sasanide.


Ma vediamo chi era o chi voleva essere Giuliano cercando di levarci, per quanto possibile, le lenti che secoli di battaglia ideologica su di lui ci hanno fatto indossare.
Giuliano fu in buona sostanza un restauratore e un conservatore, nel senso più alto del termine, nemmeno per un momento un paladino di qualsivoglia forma di laicità.
Nato a Costantinopoli nell'estate del 331 d.C. era pronipote e nipote di imperatori, la madre Basilina, cristiana ariana, morì subito dopo il parto. Il padre e gran parte della famiglia furono trucidati nella tarda primavera del 337 dopo la morte di Costantino, un repulisti che favorì la salita al trono di Costanzo II. Sfuggito per età al massacro venne messo ai margini del mondo, confinato nella residenza imperiale di Macellum in Cappadocia. Messo sotto la tutela del vescovo ariano Giorgio di Cappadocia, che non ha lasciato buona memoria di sé in nessuna delle fonti antiche, trovò rifugio nei libri. «Alcuni sono appassionati di cavalli, altri di uccelli, altri di fiere, a me invece, fin da piccolo, è entrato dentro un desiderio struggente di possedere dei libri». Tormentate vicende imperiali che qui non ha senso riassumere fanno sì che dopo aver studiato ad Atene, città simbolo di quella paideia ellenistica a cui Giuliano si sarebbe rifatto, il 6 novembre del 355 venga richiamato a Milano, capitale occidentale dell'Impero, e nominato Cesare.
Avrebbe dovuto essere una carica poco più che simbolica, serviva una auctoritas da spedire nella Gallia funestata dalle ribellioni. Nessuno si immaginava che il mite ragazzino studioso rivelasse in brevissimo tempo un vero talento militare. Nel 357 travolge gli Alamanni a Strasburgo.


Successi, i suoi, che rapidamente pongono in allarme l'imperatore Costanzo II. Quando Costanzo capisce che stanno per riprendere le ostilità con l'imperatore sasanide Shapur II, cerca di sottrarre a Giuliano le migliori unità sotto il suo comando. La ribellione fu quasi inevitabile, i soldati proclamarono Giuliano Imperatore. Ma non si arrivò alla guerra civile, Costanzo morì il 3 novembre del 361 e prima nominò erede il ribelle.
Giuliano diede il via ad un vero e proprio torrente di riforme. Tagliò le spese di corte, sostenne le curie cittadine, eliminò funzionari che riteneva corrotti. E poi finalmente si sentì libero di dichiararsi pagano. Fece riaprire templi, reclutò attorno a sé un gruppo di filosofi che come lui propugnavano un ellenismo di stretta osservanza. Ma cos'era questo ellenismo? Era un ritorno alla paideia classica, in cui forme espressive (in questo anche i cristiani si rifacevano alla tradizione platonica) e convinzioni ideologiche tornassero a coincidere. Dopo lo scontro tra correnti cristiane, dopo lo spazio che molti vescovi si erano presi sotto Costantino e Costanzo II, Giuliano voleva far tornare il mondo greco/romano a quella struttura ideologica che lo aveva sorretto per secoli. Questo attraverso una reinterpretazione del mito portata avanti attraverso strumenti culturali finissimi. Forse troppo. Gli Dei a cui Giuliano voleva ritornare erano altissimo logos. L'imperatore stesso scese in campo difendendoli con penna forbita e intinta nella tradizione. In Lettere e discorsi si può cogliere l'enormità del suo sforzo culturale. Un ritorno alle radici per fermare la decadenza: l'educazione per lui è religione e rende l'uomo che la pratica «dono degli Dei all'umanità, o perché ha acceso una luce di scienza, o perché ha fondato una costituzione, o perché ha sconfitto molti nemici e ha percorso molta terra e molto mare, dimostrandosi così di stampo eroico».
Lo fece con odio anticristiano? «Davvero per gli Dei, io non voglio né che i Galilei vengano messi a morte, né che siano ingiustamente colpiti, né che subiscano qualche altro male; tuttavia dichiaro che a loro vanno assolutamente preferiti gli uomini devoti agli Dei». Così scriveva e ancora: «Occorre istruire, non punire». Del resto gli anni passati da cristiano di Giuliano influirono anche sul suo modo di essere pagano, e il suo punto di riferimento era comunque un impero plurireligioso. Certo, le violenze ci furono, probabilmente spontanee.


In molte città, soprattutto a Oriente, come ad esempio Antiochia, il suo ritorno all'antico fece pochissima presa. È sempre difficile arrestare la ruota del tempo. Per farlo era necessario essere eroi, essere come Cesare e Alessandro. Ecco perché penetrò in Persia battendo a ripetizione le truppe dei Sasanidi. Ma Shapur II rispose furbamente con la tattica della terra bruciata. Con le imboscate. Vicino al villaggio di Toummara, si accese un combattimento nella retroguardia: Giuliano accorse senza indossare l'armatura, si lanciò nella mischia e un giavellotto lo colpì al fianco. Morì nella sua tenda, come l'ultimo eroe di un tempo che non poteva tornare. Morì nella sua tenda per diventare il cattivo dell'agiografia cristiana. A leggerlo da vivo - viveva per scrivere - non era né l'uno né l'altro, ma qualcosa di molto più umano e complesso

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