È "giusto" uccidere un criminale?

Due libri diversi legati da un invisibile filo rosso: la differenza tra "legge" e "giustizia"

È "giusto" uccidere un criminale?

Vi è mai capitato di leggere due libri in fila, diversi, che non c’azzeccano l’uno con l’altro, eppure casualmente legati da un invisibile filo rosso? A chi scrive sì. È successo alternando un ottimo romanzo ad un bel saggio. Tema: la giustizia, o forse l’ingiustizia. O magari la “legge”.

Già, perché in fondoIl vizio della solitudine di Raul Montanari (Baldini+Castoldi, 330 pagine, 19 euro) si sviluppa attorno ad un interrogativo, vero e intelligente, dell’arguto ispettore Pozzanghera: “La giustizia è una cosa, la legge è un’altra”, dice, e “a volte la legge è il nemico numero uno della giustizia”. Che poi è solo un altro modo per formulare la “mancanza di certezza della pena” che cittadini, agenti, carabinieri, commercianti e via dicendo lamentano in questa Italia dove spacciatori, ladri e malandrini entrano in cella dopo un crimine e ne escono poche ore dopo. Legge e giustizia, che strana dicotomia. Quando un bandito torna in libertà si dice sempre che “la legge” prevede lo sconto di pena, non puoi mica lamentarti. E se un mafioso col vizio di scogliere nell’acido un bambino può vivere tranquillo dopo un ventennio dietro le sbarre è sempre “la legge” che lo prescrive. Cosa vuoi farci? Se uno spacciatore viene pizzicato con le mani nel sacco ma poco dopo gli agenti se lo ritrovano di nuovo al “lavoro” è “la legge”, o l’interpretazione che ne fa il giudice, ad averlo permesso. E la giustizia? La giustizia invece non dovrebbe avere cavilli. La “giustizia” divide il mondo in bianco e nero: chi picchia, uccide, stupra non può cavarsela grazie alle magie di un azzeccagarbugli.

È per questa idea di giustizia che un gruppo di poliziotti, in questo bel romanzo ambientato nella periferia milanese, si prende la briga di “ripassare” i mascalzoni a suon di pestaggi. Pestaggi moralmente “giusti”, sebbene illegali. Ed è sulla base della stessa idea di giustizia che una banda di fanatici stranieri ammazza, dopo un processo sommario, gli scafisti che si sono macchiati del sangue di tanti migranti lasciati morire in mare come bestie. La “legge” italiana non si è occupata di incarcerarli? Vivono liberi nonostante abbiano stuprato e torturato? Arriva la “giustizia” fai da te. La lingua italiana non mente e in questo caso si dice, appunto, "giustiziare" con un colpo di pistola. Così alla fine del libro viene da chiedersi: chi di noi si alzerebbe in piedi per difendere il sacrosanto diritto di quegli scafisti ad un giusto processo e ad una pena stabilita dalle “legge”? Nessuno, forse. O solo pochi pazzi che potremmo contare sulle dita di una mano. “Rifarei tutto - è il mantra del romanzo - perché era tutto giusto”. Picchiare banditi, minacciare ladri, uccidere assassini: tutto “giusto”, anche se illegale.

Poi ti ritrovi a leggere 30 aprile 1993 di Filippo Facci e il ragionamento si ribalta. Perché il saggio narrativo è un racconto dettagliato e sentito della più grande degenerazione della “giustizia” che l’Italia abbia mai conosciuto: Mani Pulite. Un’epoca di avvisi di garanzia, commistione tra giornalisti e procure, arresti facili e suicidi. Un tempo in cui i presunti “giusti” Di Pietro, Davigo e Borrelli davano la caccia alla sicuramente colpevole classe politica del tempo. Craxi ne è l’esempio principe, ma non l’unico. Tutte vittime di una foga manettara cui il Paese è andato dietro battendo largamente le mani. Ricordate le monetine all’hotel Raphael? Ricordate chi oggi si dice garantista e un tempo mostrava cappi in Parlamento? Oppure chi tifava per i pm e oggi li guarda con occhi storti? Da giustizia a giustizialismo. A forza di ubriacarsi per quell’opera di “pulizia” messa in atto dalla procura di Milano (“è giusto, è giusto”), i protagonisti dell’epoca si dimenticarono della “legalità” di un metodo che sembrava puntare più alla pubblica gogna che a un giusto ed equilibrato processo. Oggi forse ci interroghiamo sui “metodi sbrigativi della magistratura” che aveva trasformato la carcerazione preventiva “da auspicata extrema ratio” a “palese strumento di indagine a scopo confessorio”. Ma allora appariva tutto così “giusto”, utile a scacciare i potenti che a suon di mazzette avevano corrotto l’Italia. Chi a quel tempo si alzò in piedi per criticare i metodi della procura meneghina? Nessuno, o una sparuta minoranza. “Nel 1994 - scrive Facci - il cittadino manipulitista medio, moderato” vedeva ancora nel pool di Milano il supereroe “che arrestava i corrotti per rendere il mondo migliore”.

Eppure non sempre quello che ci sembra “giusto” è anche corretto. Dirà Rondolino: “Quella sera davanti al Raphael capii che cosa effettivamente fosse il giustizialismo (…), che cosa fosse Mani Pulite (…): nient’altro che una folla inferocita che tenta il linciaggio”. Perché in fondo aveva ragione Craxi, quando in un'intervista dell’epoca a Massimo Caprara metteva tutti in guardia: “La giustizia deve essere serena, equilibrata, umana. La giustizia politica è una barbarie”. Anche al più corrotto dei parlamentari, anche al più sporco dei colletti bianchi o al più infame degli scafisti va garantito il giusto processo. Sempre. Dovrebbe capirlo pure l’ispettore Pozzanghera.

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