L'iconosfera urbana sempre più immateriale asensoriale e fotografica

Il mondo, la natura, le metropoli: tutto è visto (e mediato) attraverso il telefono cellulare

L'iconosfera urbana sempre più immateriale asensoriale e fotografica

Troppi filtri. Troppi distanziatori ci allontanano dalla realtà. Ed è sempre più raro che un artista la percepisca direttamente come fu in quell'ultimo momento di felicità, che è anche quello in cui la pittura si è fatta più universale e più condivisa, che è l'Impressionismo. Per l'ultima volta i pittori, tutti i pittori, in diverse condizioni, hanno coltivato un rapporto con la natura, si sono misurati con i paesaggi, con i tramonti, con i notturni, caricandoli anche delle loro ansie, come van Gogh; ma vivendo con loro in un rapporto diretto. È vero che, negli stessi anni, si diffondeva, come un diario dello sguardo, la fotografia, con cui sarebbe partita la malattia di cui oggi siamo tutti vittime; ma è altrettanto vero che Monet, Pissarro, Cézanne e, più di tutti, drammaticamente, van Gogh, hanno conosciuto la vita, si sono misurati con la natura, hanno avuto cognizione diretta dell'acqua, della terra, del cielo, hanno percepito gli odori, visto cambiare le stagioni. Il loro tempo è stato lento, e lungo, come il loro cammino di meditazione. Van Gogh si poteva tagliare, come un dono, un orecchio. Tutto era diretto, immediato.
Oggi la realtà è uscita dalle nostre emozioni. E la pittura ha cominciato ad annunciarlo con L'urlo di Munch, che è una condizione reale e irreale, psicologica e caricaturale. Quando van Gogh si tagliò l'orecchio, il suo rapporto con il mondo si alterò; e, in fondo, di lì, con un trauma, parte l'arte moderna che è interruzione del rapporto sensoriale con la natura, da quel momento in avanti. Cosa che avviene, e sempre più, in tempi di allontanamento dal mondo. La fotografia, il cinema, la televisione hanno creato un doppio sensoriale inevitabile che, perfino nei sentimenti fra gli uomini, non passa attraverso la mediazione, simile alla vita, della lettura, con i suoi tempi, ma degli strumenti di riproduzione del mondo. Non è più con il viaggio, con la parola, con i trasferimenti intercontinentali per nave, in tempi lunghi di percezione e di conoscenza del mondo, ma con l'improvvisa accelerazione che ci avvicina mentre ci allontana. L'essenza delle cose, l'esperienza totale, l'immersione nel mondo, la vita dentro la città, ci è preclusa perché tutto è a portata di mano, attraverso una esperienza sostitutiva e artificiale. Anche l'artista subisce questa esperienza e non è più testimone di quello che ha vissuto in una trascrizione diretta delle sue emozioni.
Difficile dire cosa sarà l'arte che ci aspetta, e quale esperienza ci trasmetta o ci agevoli la conoscenza del mondo. L'esperienza più frequente degli artisti è in equilibrio tra l'autentico e l'inautentico. Sempre di più si conferma la preoccupazione di Leonardo Cremonini, artista turbato e visionario, estremo simbolista, in un percorso che, dopo gli impressionisti, era partito con Odilon Redon. Altro è il modo di rappresentare che non sia ciò che si vede, ed è questo che ha consentito all'arte di sopravvivere e di trasformarsi.
È così che l'arte del nostro tempo è, prevalentemente, arte applicata. E, con ciò stesso, derivativa. Sempre più lontana è l'esperienza, la sola autentica, di un'arte implicata. Quali conseguenze può avere la crescita della distanza dalla realtà? L'arte del futuro sarà sommamente immateriale e a-sensoriale. Moltiplicherà gli effetti della fotografia e dei video, coinciderà come da molto coincide (vedi l'esperienza di Andy Warhol), con la fotografia. L'avvenire non ci riserva sculture, miniature, pitture, tutte destinate all'esaurimento, così come, nella mediazione letteraria, sono spariti generi come la tragedia greca, il poema allegorico-didascalico di Dante, scritto in terzine incatenate di endecasillabi in lingua volgare fiorentina, il poema cavalleresco di Ariosto e di Tasso, e i ritmi definiti dalla metrica come la canzone o il sonetto. Più niente. E forse la tecnica ci consentirà di proiettare su vasti schermi il nostro pensiero, e ognuno potrà essere artista, così come è diventato fotografo, moltiplicando all'infinità la documentazione del mondo. Lo pensava Defoe: cosa e quanto sapremmo della umanità se ognuno avesse lasciato un diario della propria vita e delle proprie emozioni, invece di vivere nascostamente? Quante avventure di Moll Flanders potremmo conoscere? La memorialistica è un mondo misterioso e inesauribile.
Vicino a Milano c'è un museo-archivio di tutti i filmati realizzati con cineprese Super 8, che oggi sembrano reperti archeologici, da cui sono derivate cassette di pellicole racchiuse in caricatori in plastica di facile uso soprattutto per il cineasta amatoriale. La massima diffusione delle ultime cineprese Super 8 si ebbe tra il 1980 e il 1982. Nel 1985 la produzione cessò a causa dell'avvento del nastro magnetico. Oggi a sua volta superato dalle videocamere digitali. Così la fotografia in pellicola o analogica è stata sostituita dalla fotografia digitale, e ogni giorno il linguaggio della fotografia si fa protesi del vedere, e talvolta lo sostituisce.
Nel mondo ci sono 5,9 miliardi di persone con accesso alla telefonia cellulare e 7,9 miliardi di Sim. Il 70% dei telefonini in circolazione è uno smartphone. Sei miliardi di telefonini consentono di produrre, con una media di dieci scatti o selfie, 60 miliardi di immagini al giorno, ognuna automatica e creativa insieme. E non basta: ancora si dipinge, ancora si scolpisce. Si percorrono le distanze in automobile o in aereo, ma si usano ancora i cavalli. Si fanno percorsi e gare per sport e per diletto, e non per i trasporti utili, se non in misura minima. Cavalcare è oggi una pratica amatoriale. Così è la pittura rispetto alla fotografia, con grandi sacche di resistenza. E così è anche la fotografia analogica. E dunque i pennelli, le tele e i colori ad olio si usano ancora. I pittori esistono ancora, eppure potrebbero usare un computer con Illustrator o Corel Draw o un altro programma di disegno. Ma non sarebbero più pittori, bensì grafici che usano Illustrator o Corel Draw.
E, d'altra parte, prima che ci fossero i personal computer i grafici usavano penne, matite, pennelli, gli stessi strumenti di qualunque artista. Ora usano il computer perché è più efficace per il loro lavoro. Un pittore esprime la sua creatività anche grazie al processo manuale e alla tecnica, con la tela, il pennello, i colori, perfino gli odori. I computer non odorano, sono lontano dalla realtà e vi sono dentro. Il processo è parte integrante dell'esperienza estetica. Ogni opera è tale grazie al processo che la produce. Per questo anche la fotografia analogica è cosa assolutamente diversa dalla fotografia digitale, da cui è stata travolta, come la pittura dalla fotografia. Ci sono anche fotografi-artisti che si esprimono con il processo digitale, e con Photoshop realizzano opere d'arte. La fotografia analogica è diversa. Le sensazioni che si provano durante la realizzazione di una foto analogica non hanno niente a che vedere con il workflow (lo chiamano così) digitale. Un tempo la fotografia era solo analogica, e si chiamava semplicemente fotografia. Oggi c'è la fotografia digitale, ma c'è ancora la fotografia analogica e, da quello che stiamo vedendo, ci sarà sempre, proprio come la pittura su tela.
Dunque, viviamo in una iconosfera in cui tutto è permesso, e non c'è più distinzione, se non stabilita dal mercato, fra artista e pubblico. Tutti siamo artisti. Attivi e passivi. E i nuovi artisti sono inventati, potrebbero essere estratti a sorte. L'arte è morta. Non è mai stata così viva.

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