La nuova frontiera delle armi cinesi non nasce solo nei laboratori di informatica o nei poligoni militari, ma osservando la natura. Falchi, colombe, coyote, formiche e perfino balene diventano modelli da imitare per addestrare sistemi d’arma controllati dall’intelligenza artificiale. Il principio è semplice quanto ambizioso: replicare i comportamenti collettivi e predatori degli animali per rendere più efficaci sciami di droni e robot autonomi sul campo di battaglia. Un esempio? In una simulazione sviluppata all’Università Beihang di Pechino, istituto legato all’Esercito Popolare di Liberazione (PLA), i ricercatori hanno addestrato droni difensivi a colpire i bersagli più vulnerabili come fanno i falchi, mentre quelli d’attacco imparavano a manovrare e schivare le minacce imitando le colombe. Il risultato è stato netto: in uno scontro cinque contro cinque, i “falchi” hanno distrutto tutti i “bersagli” in poco più di cinque secondi. Questo tipo di ricerca ha già prodotto brevetti e fa parte di uno sforzo molto più ampio per trasformare lo sciame – non il singolo mezzo – nell’unità base del combattimento futuro...
Droni e sciami
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che ha analizzato brevetti, documenti di appalto e studi accademici, la Cina sta investendo con decisione sull’uso militare dell’IA per coordinare droni, robot terrestri e sistemi autonomi con un intervento umano minimo. L’obiettivo è duplice: saturare le difese nemiche con numeri elevatissimi di mezzi a basso costo e, allo stesso tempo, costruire barriere quasi impenetrabili contro attacchi avversari.
Questa strategia sfrutta un vantaggio strutturale cinese: la capacità industriale di produrre centinaia di migliaia, se non milioni, di droni economici ogni anno, contro le decine di migliaia – molto più costose – prodotte dagli Stati Uniti. Non a caso, la televisione di Stato ha mostrato sistemi come Swarm 1, lanciatori mobili in grado di rilasciare decine di droni contemporaneamente, capaci di dividersi, coordinarsi e assumere ruoli diversi: ricognizione, inganno, attacco.
A questo si affiancano progetti ancora più spettacolari, come il drone-madre Jiutian, pensato per rilasciare sciami in volo, o i cosiddetti “lupi robot”, veicoli terrestri armati che potrebbero operare in coordinamento con droni aerei, creando un ecosistema di combattimento integrato.
Le nuove armi della Cina
Dietro questa corsa tecnologica c’è anche una riflessione più profonda sul modo di fare la guerra. Analisti della Jamestown Foundation e del Center for a New American Security osservano che Pechino vede nei sistemi autonomi una possibile soluzione a un problema storico del PLA: la scarsa esperienza di combattimento reale e la limitata autonomia decisionale dei comandanti di medio livello.
Sciami di droni guidati da algoritmi potrebbero compensare queste debolezze, reagendo più velocemente degli esseri umani e applicando schemi tattici predefiniti su larga scala. Allo stesso tempo, però, i rischi sono evidenti. Esperti occidentali sottolineano che far funzionare questi algoritmi in scenari reali – con disturbi elettronici, comunicazioni interrotte e dati incompleti – è molto più difficile che in simulazione.
Non solo: come evidenzia la National Defense University cinese, l’opacità delle decisioni dell’IA potrebbe trasformarsi in un problema politico e morale: quando un’arma autonoma sbaglia, chi ne è responsabile? Mentre governi e organizzazioni
internazionali discutono di possibili limiti globali all’uso dell’IA militare, la Cina continua a spingere sull’acceleratore, convinta che imparare da falchi e coyote oggi possa fare la differenza decisiva nelle guerre di domani.