Il vis a vis tra Stati Uniti e Cina è sempre più evidente nella cosiddetta “prima catena di isole”, l’arco geografico che va dal Giappone alle Filippine passando per Taiwan, e che rappresenta la linea di contenimento naturale dell’espansione marittima di Pechino nel Pacifico occidentale. In questo contesto, infatti, Washington e Manila hanno deciso di rafforzare in modo significativo il dispiegamento di sistemi missilistici e droni nell’arcipelago filippino, trasformando il Paese in un perno della deterrenza regionale. L’obiettivo dichiarato? Prevenire un conflitto, ma il messaggio implicito è un altro: rendere estremamente costoso, se non proibitivo, un eventuale tentativo cinese di invadere Taiwan o di alterare con la forza gli equilibri nel Mar Cinese Meridionale.
Una muraglia di missili
L’isola di Luzon, la più grande e più vicina a Taiwan, è diventata il fulcro di questa strategia statunitense, ospitando alcuni dei sistemi più avanzati dell’arsenale americano. Negli ultimi anni, reparti dell’US Army e dell’US Marine Corps hanno intensificato l’invio di munizionamento a lungo raggio e piattaforme senza pilota, inserendo le Filippine in una rete di fuoco e sorveglianza integrata che punta a controllare gli stretti e le principali rotte marittime.
Come ha spiegato nel dettaglio il sito Usni News, la logica è quella della “deterrenza distribuita”: molteplici basi, sistemi mobili e capacità di colpire a distanza per complicare i piani operativi di Pechino e mantenere aperte le linee di comunicazione marittime. Il dialogo strategico bilaterale svoltosi a Manila la scorsa settimana, del resto, ha sancito l’impegno congiunto ad aumentare le capacità missilistiche e l’impiego di droni lungo l’arcipelago.
Tra i sistemi già schierati o in fase di rotazione figurano i lanciatori antinave senza equipaggio del Marine Corps, i sistemi Typhon/Mid-Range Capability dell’Esercito (in grado di impiegare missili Tomahawk e SM-6) e i droni MQ-9A Reaper destinati alla sorveglianza marittima nel Mar Cinese Meridionale. Luzon, in particolare, si configura come una piattaforma avanzata da cui monitorare e, se necessario, colpire obiettivi navali o terrestri in un ampio raggio d’azione.
Gli Usa scommettono sulle Filippine
Il rafforzamento dei siti previsti dall’Enhanced Defense Cooperation Agreement (EDCA) ha ampliato l’accesso statunitense a basi e infrastrutture nel nord del Paese, comprese strutture a circa 120 miglia a sud di Taiwan. In termini operativi, ciò significa poter contare su aeroporti, porti e potenziali rampe di lancio che, in caso di crisi nello Stretto di Taiwan, offrirebbero un vantaggio logistico e strategico rilevante alle forze americane e ai loro alleati.
Per Washington, la presenza di equipaggiamenti pre-posizionati nelle Filippine costituisce una minaccia credibile per le forze della Repubblica Popolare Cinese in caso di tentativo di invasione di Taiwan, complicando eventuali operazioni anfibie e mettendo a rischio porti strategici come Kaohsiung, nel sud dell’isola.
Per Manila, invece, l’aumento della presenza americana risponde a una duplice esigenza:
rafforzare la propria sicurezza di fronte alle crescenti tensioni con le forze cinesi nel Mar Cinese Meridionale e prepararsi a gestire le possibili ricadute di un conflitto nel citato Stretto di Taiwan.