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"Pochi esperti di Medio Oriente e diplomazia sovraccarica". Cosa c'è dietro il flop cinese sull'Iran

L’apporto della Cina nella crisi iraniana, pur con interessi strategici e finanziari in Medio Oriente, sarebbe limitato dalla mancanza di esperti regionali e da una diplomazia sovraccarica

"Pochi esperti di Medio Oriente e diplomazia sovraccarica". Cosa c'è dietro il flop cinese sull'Iran
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Nella guerra in Iran, la Cina ha adottato un ruolo diplomatico prudente cercando al contempo di promuovere la pace. La diplomazia di Pechino, guidata dal veterano Wang Yi, ha messo in guardia contro l’espansione del conflitto, ma il suo intervento rimane – almeno nel momento in cui scriviamo - soprattutto simbolico. E questo nonostante gli investimenti cinesi in Iran siano spesso citati come ingenti (alcune stime parlano di 400 miliardi di dollari). La vera preoccupazione del Dragone rimane lo Stretto di Hormuz, fondamentale per una discreta parte delle proprie importazioni petrolifere. La chiusura del corridoio ha già provocato shock sui mercati globali, con il prezzo del greggio in aumento e tensioni sulle forniture energetiche. Pur avendo riserve strategiche sufficienti per circa sei mesi, la Cina ha tentato fin qui senza successo di negoziare il passaggio delle proprie navi.

Il ruolo della Cina nella guerra in Iran

Come ha spiegato Foreign Policy, il ruolo negoziale della Cina nel dossier iraniano potrebbe essere limitato non solo dalle circostanze geopolitiche, ma anche da ipotetiche carenze interne. Pechino potrebbe teoricamente esercitare leva su Teheran, sia per la ripresa del commercio petrolifero sia per garantire continuità politica nel regime, ma la realtà sarebbe più complessa.

La diplomazia cinese, ha sottolineato ancora FP, sarebbe sovraccarica e poco esperta nei conflitti del Medio Oriente. Il motivo? Molti specialisti accademici e diplomatici con conoscenze regionali hanno lasciato il Paese dirigendosi verso università del Golfo dopo il 2017, mentre l’esercito diplomatico cinese è indebolito dalle purghe interne.

Il ministero degli Esteri, intanto, è senza un vero sostituto di Qin Gang, rimosso oltre due anni fa, e Wang Yi continua a doppiare i suoi ruoli precedenti. Questo significa che, anche se Pechino ha capacità finanziarie e un certo peso politico a Teheran, l’esperienza necessaria per gestire un negoziato complesso o mediare efficacemente tra Iran e Stati Uniti apparirebbe oggi scarsa.

La strategia di Pechino

La priorità di Pechino in uno scenario post-conflitto resta chiara: sostenere il governo iraniano con aiuti finanziari e garantire la sicurezza interna, mantenendo la stabilità del Paese secondo i propri interessi strategici. Attenzione però, perché questo approccio pragmatico non significa intervento risolutivo: la mancanza di specialisti regionali, l’esperienza limitata della diplomazia cinese e la necessità di bilanciare relazioni con Stati Uniti, Medio Oriente e mercati energetici riducono significativamente l’influenza di Pechino.

Secondo alcuni osservatori, insomma, la Cina starebbe cercando di tenere in piedi troppe questioni ma in maniera non troppo profonda.

Nel caso iraniano, il gigante asiatico può offrire supporto e mediazione simbolica, ma la capacità di incidere concretamente sull’evoluzione del conflitto appare limitata. Detto altrimenti, nonostante il peso economico e strategico di Pechino, il Dragone resta ancora un attore prudente e relativamente poco efficace nella complessa diplomazia del Medio Oriente.

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