Domenech, l’uomo che non sa perdere perché non sa vincere

di Tony Damascelli
Ci sono uomini, anche illustri, che fanno cronaca. Mai storia. Raymond Domenech è uno di questi. Ci sono uomini che svolgono un lavoro ma hanno interessi diversi da quello specifico per il quale vengono pagati. Raymond Domenech è uno di questi. Lui sa tutto, o quasi, di Cechov e di Ionesco, meno dei messicani o di qualunque altro si pari davanti alla Francia di football. È fascinoso nell’aspetto, le sopracciglia nerissime su sfondo grigio coprono uno sguardo niente affatto docile. È altezzoso secondo stile francese, sicuro di essere al centro dell’Etoile e delle invidie o gelosie altrui e per questo arrogante anche nel caso di batoste, seriali, multiple, continue, come le sue. Come attore se l’è cavata a teatro con gli autori di cui sopra e prossimamente dovrebbe essere salariato per un film in cui gli verrebbe affidata, per contrappasso, la parte di un giornalista. Come vedete si parla poco di football perché Raymond Domenech non lo frequenta molto, pur essendo stato un difensore, di quelli che picchiavano. Nel suo caso certe entrate maligne erano accentuate da un paio di mustacchi che il giovane Raymond si era fatto crescere, secondo moda del tempo.
La sua Francia ha perso per strada i campioni, è finita la belle epoque che gli aveva permesso di esistere e di farsi riconoscere più che conoscere. Jacquet e Lemerre avevano vinto un mondiale e un europeo, lui li ha persi tutti, sempre con la stessa faccia presuntuosa, con la stessa dialettica arrogante. Non ha mai saputo perdere anche perché non ha mai saputo vincere. Non ha più Zidane, nemmeno Vieira, non ha mai amato Trezeguet e, da ultimo, Benzema, non ha mai dato un gioco alla squadra, forse perché per arrivare al risultato, per decidere le scelte, per disegnare la formazione, non si metteva e non si mette davanti alla lavagna, non prende carta e penna come certi suoi famosi sodali. Preferisce consultare l’oroscopo. Lo zodiaco è il suo testo di studio, passa le notti a rimirar le stelle, chiedo scusa all’Alighieri. Raymond Domenech è davvero strambo, va dove lo porta il trigono, più che il 4-4-2 opta per Scorpione contro Leone, con l’aggiunta del Sagittario e il Capricorno in panchina. Roba da matti, se non si trattasse di un professionista che ha tenuto in mano le sorti di una nazionale che non ha più cuore, non ha più testa, non ha più figurine rare da trasmettere all’album di Laurent Blanc, anima bella che prenderà il posto per incominciare la rivoluzione. La federazione francese conta i sette milioni di euro garantiti dalla Fifa, tra rimborsi e premi di partecipazione. È il solo colpo di vento fresco tra le foglie morte di questo giugno sudafricano.
Ieri, dopo i due schiaffi del Messico, Domenech non ha cambiato faccia e tono di parole. Deluso, sì, ci mancherebbe pure ma nemmeno un accenno a errori e omissioni commessi prima, durante e dopo. Semmai la colpa è dell’arbitro che non ha fischiato il fuorigioco messicano sul primo gol. Ci vuole la faccia tosta di un francese per un’arringa del genere, dopo la mano lesta di Henry e tutto il resto. Ci vuole la faccia tosta di Raymond Domenech, nemmeno chiacchiere e distintivi, poca cronaca e niente storia. Non so qualche club avrà voglia di chiamarlo come allenatore, il curriculum sconsiglierebbe l’assunzione se non per giornate dedicate all’astrologia. Sarebbe comunque bello vederlo o sentirlo duellare con Josè Mourinho, uno come lui nel carattere e nelle disfide con la stampa ma almeno professionista di sostanza, di fatti, di vittorie, dovunque e comunque. Domenech nemmeno quello. Gli manca il senso della realtà, l’oroscopo non lo prevede, al massimo lo suppone. Per questo legge il calendario. Ma non quello del mondiale.

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