Dossi, il gran lombardo relegato dalla storia in una nota a margine

Siamo ormai alla vigilia del bicentenario della scomparsa di un protagonista importante della storia culturale, politica e artistica dell’Italia della seconda metà dell’Ottocento e del primo scorcio del Novecento, cioè proprio di quella Italia risorgimentale e immediatamente postunitaria alla quale le istituzioni, in vista del 150° anniversario dell’Unità, avrebbero il dovere etico-politico di rivolgere particolare attenzione. E, ancora una volta, il Ministero dei Beni Culturali, così pronto a istituire, con un attento bilancino politico, comitati per celebrare personalità e ricorrenze varie, si segnala per la sua latitanza.
L’anniversario in questione riguarda un grande lombardo, Alberto Carlo Pisani-Dossi, più noto come Carlo Dossi morto a Como il 16 novembre 1910 all’età di soli 61 anni. Questo inquieto e geniale rampollo di un’importante famiglia aristocratica lombarda di ricchi proprietari terrieri, nato nel 1849 nei pressi di Pavia, a Zenevredo, in pieno clima risorgimentale, sarebbe diventato un personaggio di primo piano della vita culturale del paese. Fu rappresentato - e tale è ancora la sua immagine in molti testi di storia della letteratura - come un vero e proprio enfant prodige della Scapigliatura. Il che è certamente vero, almeno in prima approssimazione, soprattutto per la sua capacità di aggregare la gioventù scapigliata dell’epoca, letterati ma anche artisti, in un cenacolo ideale. E ben lo dimostrano persino le sue prime prove letterarie e le stesse iniziative giornalistiche cui rimase legato il suo nome. Tuttavia, in seconda e ben più realistica approssimazione, egli appare più che un seguace ortodosso della Scapigliatura un suo «cantore» o, se si preferisce, «storico», nel senso lato della parola, poiché, come dimostrano le celebri Note azzurre, stilate nell’arco di un trentennio e più, nelle quali egli - accanto a paginette sparse e frammenti folgoranti, a notazioni autobiografiche, a riflessioni moralistiche e a bizzarrie linguistiche - raccolse e annotò aneddoti, informazioni, ritrattini ironici di tanti protagonisti di quel mondo, a cominciare dallo scrittore Giuseppe Rovani per finire con il pittore Tranquillo Cremona, entrambi a lui carissimi.
Sarebbe più corretto, forse, parlare di un Dossi anticipatore di certi tratti della letteratura del Novecento secondo una linea di ricerca e preziosismo linguistico che giunge fino a Carlo Emilio Gadda. E basta, in proposito, per sottolineare la novità e l’originalità dello «sperimentalismo» linguistico, stilistico e sintattico di Dossi pensare alle belle, ironiche, sfolgoranti pagine del celebre Desinenza in A.
Già solo per questo suo contributo alla letteratura italiana, Dossi meriterebbe di essere ricordato, in maniera ufficiale, con tutti gli onori. C’è, però, anche un altro aspetto della sua figura e della sua personalità, meno conosciuto, ma altrettanto importante, che lo rende un personaggio non secondario nella storia dell’Italia unita e che meriterebbe di essere approfondito e celebrato pubblicamente. Dossi fu, infatti - oltre che il letterato ben conosciuto - anche un bravo e apprezzato diplomatico. Ed è strano che questo aspetto non sia stato studiato se non da uno storico, fine ed elegante, come Enrico Serra che pubblicò più di venti anni fa un volume intitolato Alberto Pisani Dossi diplomatico (Franco Angeli, 1987) arricchito di documenti allora inediti e in particolare di rapporti politico-diplomatici.
Entrò presto in diplomazia, nel 1871, in un’epoca nella quale la carriera era particolarmente selettiva e onerosa, perché i futuri diplomatici dovevano disporre di una rendita vitalizia non indifferente e impegnarsi a prestare servizio senza stipendio per almeno due anni. In una ironica e preveggente paginetta autobiografica scritta, lui diciannovenne, Dossi annotava: «Secondo mio padre, io ero uscito a questo mondo apposta per la diplomazia. Egli me ne scopriva, credo, la vocazione nelle molte bugie, nelle fandonie, che gli vendevo ad ogni momento ed egli, uomo cui si sarebbe tolto, senza che se ne accorgesse, il panciotto, m’immaginava gioiosamente là, diritto, intirizzito, in giubba verdona, spada, calzoncini e scarpette, a dondoli, ciondoli - come un cereo personaggio da fiera - il cuore in saccoccia incartato ed il sorriso stradoppio».
Nel corso della sua carriera egli, legato a Francesco Crispi del quale fu collaboratore diretto, dovette occuparsi dell’emigrazione, della difesa dell’italianità all’estero, di problemi coloniali, di un tentativo di conciliazione tra Stato e Chiesa ed ebbe incarichi come rappresentante italiano in Colombia e in Grecia, dove maturarono la vocazione di archeologo e la passione di collezionista. A riprova della stima di cui era circondato basterà ricordare che fu chiamato a stendere in più occasioni il discorso della Corona per Umberto I.
Nel marzo del 2009 gli eredi di Dossi (insieme all’Università Statale di Milano e al Centro di Studi Manzoniani) proposero, in ottemperanza alla legislazione vigente, al Ministero dei Beni Culturali l’istituzione di un comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario. Nella relazione che accompagnava la richiesta erano prospettate varie iniziative: la pubblicazione integrale delle Note azzurre, la digitalizzazione degli archivi dossiani privati e pubblici, convegni di studio, grandi mostre sul suo tempo e sulle sue collezioni d’arte. Dal Mibac non è giunta risposta. E il bicentenario è alle porte. Carlo Dossi verrà celebrato ugualmente e parte di quelle iniziative saranno pur sempre realizzate. Ma il fatto che il Mibac non abbia mostrato interesse per ricordare ufficialmente questa eclettica personalità dell’Italia risorgimentale e post-risorgimentale lascia - diciamolo pure - un retrogusto amarognolo in bocca.

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