Draghi e l'Italia che va (nonostante i gufi)

Prima che ricominci la bagarre conviene ricordare lo stato dell’arte. Tra il Vaticano e la Lega Nord sono scintille. Bossi non ha gradito le critiche dei preti sugli immigrati affogati nel Canale di Sicilia. Le ha interpretate come accuse al governo, in particolare all’ottimo ministro dell’Interno Maroni, colpevole di non avere a cuore gli affamati e gli assetati. In realtà il lamento della Chiesa non riguarda la norma sul respingimento, attuata d’intesa con la Libia nel quadro dei famosi accordi onerosi per l’Italia, bensì il disinteresse generale dell’Occidente verso i poveri. D’altronde le gerarchie cattoliche, per un minimo di coerenza con la propria fede, non possono fare prediche diverse. E in questo caso non hanno neppure calcato la mano, limitandosi a raccomandare fraternità e senza inveire sulla maggioranza. Sicché le minacce di Bossi relative alla disdetta del Concordato paiono esagerate rispetto ai motivi della contesa. Da sottolineare che l’attrito Lega-Vaticano a ben guardare non avrebbe senso se si considera che i nordisti, al di là delle intemperanze verbali (periodiche) del loro leader, sono in prevalenza ferventi cattolici, legati alle tradizioni, al campanile, all’etica cristiana. Per cui la sensazione è che la polemica, aspra nei toni più che nella sostanza, sia destinata a esaurirsi, salvo impennate speculative della stampa progressista, negli ultimi tempi scopertasi religiosa per dare alle proprie campagne moralistiche un manto nobile.

Indicativo lo spazio riservato da vari quotidiani alla festa della Perdonanza all’Aquila, cui ha annunciato che presenzierà il premier. Negli articoli si enfatizza il fatto che Berlusconi, essendo divorziato come gran parte dei politici, non godrà dell’indulgenza. E dov’è la novità? Che cosa c’è di clamoroso in questo? Quando mai ai divorziati sono stati concessi i sacramenti? È evidente che gli oppositori del presidente non perdono occasione per dargli del peccatore, alludendo senza dissimulazioni alle vicende ingigantite dalla pratica gossipara ormai familiare al giornalismo ex chic.

Il Cavaliere, piuttosto, nella circostanza della funzione andrà a cena con il cardinale Bertone, a dimostrazione che i suoi rapporti con le alte sfere della Chiesa non sono tanto turbolenti quanto l’opposizione tende a insinuare un giorno sì e l’altro pure, lasciando capire che non abbandonerà neanche in settembre la battaglia sessuale.

Si illude chi spera in una normalizzazione della vita politica che seguiterà ad essere improntata alla più smaccata ipocrisia. Prepariamoci. La prova che l’azione del governo viene giudicata col metro della falsità si è avuta e si ha in ogni istante. Prendiamo l’invio delle Frecce Tricolori in Libia: ad ascoltare i discorsi dei detrattori professionali dell’esecutivo, sembra che farle volare sopra la testa di Gheddafi sia una specie di sacrilegio. In realtà sono aerei ben pilotati e basta; non hanno alcun valore simbolico se non quello di rappresentare l’alto livello delle nostre tecnologie e dell’addestramento raggiunto dall’aviazione.

Perché non mandare le Frecce in Libia? Meglio tenerle negli hangar? Se non si esibiscono sarà difficile contrastare la concorrenza dei francesi nella vendita di mezzi sofisticati. Vabbè, transeat. Agli italiani censori del premier che accetta di trattare con un dittatore, ricordiamo un episodio sul quale è sceso l’oblio in ossequio al comune senso del pudore. Quando morì Breznev, spietato despota sovietico, i più illustri rappresentanti dello Stato, Sandro Pertini in primis, si recarono in numero cospicuo a Mosca per assistere ai funerali, quasi fossero quelli di un Papa. Qualcuno ci spiega perché Breznev era degno di considerazione mentre Gheddafi non lo è?

Non sappiamo più quale pretesto inventare per dare il via a pubbliche risse. Da un mesetto circa litighiamo sui festeggiamenti nella ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. La stura al dibattito è stata data da Ernesto Galli della Loggia: dopo di che, il diluvio. Martedì Giorgio Napolitano si è nuovamente espresso: «Il Paese è inscindibile da Nord a Sud». Ignoro se sia convinto di quanto dice, ma è ovvio lo dica: il presidente della Repubblica incarna l’Unità e se certi concetti non li esterna lui, chi altro?

Ma è un fatto che i connazionali non siano così persuasi valga la pena di sostenere il patto sociale; il Triveneto anela a starsene per conto proprio, la Lombardia è insofferente agli obblighi contributivi imposti da Roma, nella Lega i secessionisti saranno in sonno ma sognano la Padania indipendente, in Emilia il Carroccio avanza, nel Centronord il trasferimento fiscale è sempre meno tollerato nella misura attuale.

Perfino sui dialetti da ufficializzare non c’è accordo. Se in Tv si parla con accento romanesco o napoletano o siciliano, i settentrionali protestano e vorrebbero udire nel linguaggio degli attori la loro cadenza, ma vengono derisi e nessuno li accontenta. La Nazione c’è, ma non è omogenea in nessun campo, istruzione inclusa. Gli elementi di unità si riducono al calcio azzurro, ai jeans e ai reality. Poco per pretendere che l’anniversario della costituzione della Patria (termine desueto non per caso) sia applaudito dal popolo.

Il sentimento nazionale è fievole: per rinforzarlo, bisogna almeno essere consapevoli della sua debolezza. E occorre prendere coscienza che le diversità non appartengono alla sfera astratta ma a quella concreta. Le odiate gabbie salariali non s’hanno da fare? Bene, non facciamole. Ma vogliamo confessare che un poliziotto o un impiegato delle Poste con 1.200 euro al mese a Milano, Torino, Bologna non paga neppure l’affitto ed è un mistero se riesce a campare, mentre un suo collega con lo stesso stipendio a Campobasso o a Brindisi se la cava egregiamente? Non facciamo niente per pareggiare i conti. I sindacati traccheggiano. Confidano in una riduzione delle tasse. Aspetta e spera.

Una nota lieta comunque l’abbiamo in serbo. Ieri al Meeting Cl di Rimini, il governatore della Banca d’Italia ha detto che non siamo morti ma soltanto feriti e con molte probabilità di guarire. Stiamo meglio di un anno fa. Il governo si è impegnato e il Paese si alza in piedi. Non corre, però cammina. La Gelmini si è data da fare. E Draghi si augura che il ministro proceda nella sua azione, da cui dipende il ritorno alla decenza educativa; e sollecita riforme strutturali, per esempio quella degli ammortizzatori sociali.

Siamo sulla buona strada. Nonostante i gufi e le cornacchie.

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