Dresda, febbraio 1945 Memorie dall'Inferno

Le ondate di bombardamenti aerei alleati causarono 35mila morti nelle tempeste di fuoco

Matteo Sacchi

Era il 13 febbraio di 75 anni fa. Martedì grasso. Per le strade di Dresda i bambini, nonostante la guerra e la vicinanza delle truppe russe in inarrestabile avanzata, si aggiravano mascherati, regalando agli adulti uno scampolo di allegria, a dispetto della situazione drammatica, con i profughi che si stavano riversando in quella città che era considerata uno dei capolavori dell'architettura tedesca, con i suoi quartieri più antichi, attorno all'Altmarkt (il mercato vecchio), pieni di fascino e di storia.

Ma del tutto inadatti a resistere a un attacco aereo. Già, la minaccia veniva dal cielo, in quegli ultimi mesi di guerra in cui le forze alleate erano diventate le vere dominatrici dell'aria e non temevano più la Luftwaffe. Dresda era stata già colpita dagli americani. Ma soltanto nei suoi snodi ferroviari. Un attacco mirato. E nessuno, men che meno il feroce Gauleiter Martin Mutschmann, ora la considera un bersaglio principale per la Raf o l'Usaaf. Tanto che i cannoni contraerei più potenti sono stati spostati a Est, e nella città vecchia i rifugi sono soltanto vecchi scantinati collegati l'uno con l'altro in un dedalo di gallerie sotterranee senza alcuna pianta razionale. Poco più era stato fatto per proteggere le fabbriche cittadine riconvertite alle attività belliche, come la Zeiss Ikon. Fabbriche in cui agli operai tedeschi si mischiavano i prigionieri della Wehrmacht, come lo scrittore americano Kurt Vonnegut, catturato durante l'offensiva delle Ardenne. Prigionieri che conducevano una vita di stenti ma che, come gli abitanti, non immaginano ciò che sta per accadere. Le sirene antiaeree suonavano spesso a Dresda, in una catena ininterrotta di falsi allarme...

Ma alle 21,40 di quel 13 febbraio 1945 il suono continuo e cupo delle sirene annuncia qualcosa di terribile. Più di 800 aerei inglesi, in due ondate, stanno per piombare sulla città per dare il via a uno dei bombardamenti più tremendi della storia. Un attacco che, a posteriori (ma una minoranza si oppose anche prima dei fatti), avrebbe provocato dubbi di coscienza anche tra gli alleati e che è difficile da motivare ricorrendo alla logica, seppure a una logica militare. A riannodare i fili di molti dei destini e delle vite che sono state trascinate nella fornace di fuoco che ha divorato la città tedesca ci ha pensato Sinclair McKay, importante firma dei britannici Telegraph e Spectator, nel saggio appena pubblicato da Mondadori: Il fuoco e l'oscurità. Dresda 1945 (Mondadori, pagg. 440, euro 27).

Il libro raccoglie molte testimonianze di sopravvissuti al tremendo rogo della città. Narra tutta l'angoscia delle vittime, come il primario dell'ospedale cittadino, dottor Albert Fromme, il giovane scienziato di origini ebree (sfuggito alla pulizia etnica) Mischka Danos o il piccolo Helmut Voigt che finì stipato con la madre in una cantina piena all'inverosimile di gente terrorizzata. In un primo momento gli abitanti, pur sapendo del destino tragico di altre città tedesche nei rifugi, si sentono relativamente al sicuro. Lì fuori è l'inferno e molti dei profughi o dei soldati in transito per la città ne vengono travolti. I corpi smembrati e fatti volare per centinaia di metri dalle bombe blockbuster (pensate per sventrare interi palazzi e strappare il tetto da quelli vicini). Ma quello è soltanto l'inizio di un attacco che avrebbe fatto cadere, su un quadrato di 2mila metri di lato, 1500 tonnellate di bombe esplosive e 1200 tonnellate di bombe incendiarie. Pian piano iniziano a divampare le fiamme. Ed è il fuoco l'elemento principale dell'attacco. Tutto è stato programmato per produrre un gigantesco incendio che si auto-alimentasse con un meccanismo noto come il paradigma Pesthigo (una località americana in cui si era sviluppato per cause naturali un tremendo vortice di fuoco). Nei rifugi improvvisati il calore proveniente dalla superficie risucchia l'aria, consuma l'ossigeno. Molti muoiono soffocati. Altri, presi dal panico cercano di salire in superficie, schiacciandosi a vicenda. Forse sono i più fortunati. Innumerevoli di quelli che tornano in superficie muoiono sprofondando nell'asfalto rovente delle strade o colti in pieno dalla seconda ondata di bombardieri. C'è anche chi muore annegato, gettandosi nel fiume per sfuggire al calore o per spegnere i vestiti incendiati dalla miscela pirotecnica conosciuta come termite. Moltissimi cadaveri di annegati saranno poi trovati nelle cisterne nel centro della città. La gente si era buttata all'interno per non bruciare, ma non era in grado di risalire dal bordo liscio e alto.

Ma questa è soltanto una parte della narrazione di Sinclair McKay. Il giornalista racconta molto bene i meccanismi e i processi che portarono il bomber command inglese a elaborare la strategia di distruzione usata a Dresda. I generali americani avevano sempre insistito sui bombardamenti diurni mirati. Il maresciallo d'armata aerea Arthur Harris, però, aveva sviluppato idee diametralmente opposte. Aveva visto cadere durante la campagna 50mila avieri inglesi. Riteneva che andasse applicata alla lettera la dottrina di Lord Tiverton: «Una giovane che carica un bossolo in una fabbrica fa parte dell'ingranaggio bellico tanto quanto il soldato che spara. Lei è molto più vulnerabile...». Seguendo questo ragionamento non esistevano più civili.

I tedeschi lo utilizzarono per primi nei cosiddetti bombardamenti Baedeker (contro le città inglesi più belle che si trovavano nella loro popolare guida turistica). Harris lo organizzò nei dettagli e lo giustificò con il fatto che gettando nel panico e nel caos Dresda si sarebbe impedita ogni via di fuga alle truppe che i russi stavano pressando sul fronte Est. Una strategia che per altro i sovietici sposavano in pieno. A quel punto l'asticella del moralmente accettabile venne spostata molto più in là. Trentacinquemila morti più in là. Nel rombo dei motori giovani uomini che sfidavano la morte volando sulla Germania premettero il bottone di sgancio del loro carico di morte. Svuotati dal peso delle bombe, i loro aerei cabravano di colpo verso l'alto, verso la fuga, verso la vita. Quanto questo scossone sia rimasto impresso nelle loro coscienze nessuno potrà mai saperlo davvero.

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