Non credo che Marco Baliani si consideri semplicemente un regista, dal momento che la sua attenzione di scomodo testimone del nostro tempo non si è mai limitata allinventario della presentazione sul palco di unavventura umana codificata nella gelida perfezione di un copione fissato a priori. Già la sua storia di teatrante mette sullavviso: i suoi spettacoli infatti, da Kohlhaas allo Straniero, sono agìti e narrati con la partecipazione, in prima persona, di chi dopo averli ideati li guida passo passo al traguardo finale in presenza del pubblico che, elevato a conduttore e catalizzatore insieme dellevento, ne diviene in qualche sorta lautore determinando la direzione e il senso del «viaggio».
Due anni or sono Baliani si è imbarcato per una nuova avventura accettando di condurre un seminario-laboratorio nei dintorni di Nairobi a contatto coi bambini emarginati degli slums. E lesperienza si è ora tramutata in un libro: Pinocchio nero. Diario di un viaggio teatrale (Rizzoli, pagg. 174, euro 13) dove la sapienza della scrittura orale del teatrante convive con la poesia pragmatica e fattuale della parola. Non è eccessivo infatti paragonare la riuscita narrativa di questa eccezionale esperienza umana alla prova, anchessa a suo tempo sostenuta sulla pagina, vissuta in prima persona da Peter Brook quando - in Orghast - costrinse il suo talento visionario a esprimere nella nuda concatenazione della parola il diario del suo appassionante recupero dellavestico, lantica lingua persiana, in cui si imbatté a contatto col recupero archeologico delle tombe degli antichi sovrani nellimmensa piana di Shiraz.
Ma Baliani, a differenza di Brook, ha osato invece recuperare i miti il folklore la cultura perduta dei ragazzi di strada, senza padri e senza radici, di quella sperduta regione africana facendo confluire le immagini della loro infanzia, rimossa da anni nella continua lotta per la sopravvivenza, nel racconto di Collodi. Ossia in Pinocchio, la fiaba iniziatica del popolo italiano postunitario che, ventanni dopo la fine della guerra dindipendenza, sillude di ritrovare le proprie radici nellanalisi puntigliosa della parabola del burattino che, traviato dalle lotte intestine di chi vorrebbe educare il suo corpo alla sottomissione, recupera la libertà solo quando decide di sottomettersi alla legge universale dellumanità abiurando per sempre la maschera occlusiva del legno che lo imprigiona.
Naturalmente Pinocchio, tra le mani di Baliani, si trasforma. Mutandosi nel meraviglioso espediente di scatenare nei bambini le fantastiche risorse dellimmaginario. Così John e Dennis, Kevin e Onesmus che fino a poco tempo prima dovevano vedersela con mandrie inferocite di bufali e, se volevano giocare, erano costretti a ricavare da unintercapedine di spaiati pezzi di plastica strappati a vecchi copertoni in disuso una palla che sotto lurto furioso dei loro calci robusti si sfasciava in un nugolo di polvere, adesso, arrampicati su canne di bambù, si muovono su questi trampoli improvvisati, conducono per mano i loro Geppetti, tramutano la storia di Pinocchio nellavventura della loro liberazione e, attraverso il rito propiziatorio del teatro, gettano le fondamenta del proprio essere restituito alla dignità dello spirito in grado di riflettere sul proprio posto nel mondo.