Sia pure con il solito balletto delle cifre - cinquantamila i partecipanti secondo la questura, 200mila secondo Rifondazione comunista, sempre in vena di generosità - resta un dato certo: la manifestazione di Vicenza si è svolta e si è conclusa senza incidenti. Ne va dato merito a polizia e carabinieri, nonché al massiccio servizio d’ordine assicurato dalla Cgil, ansiosa di ostentare il suo perbenismo. Ma soprattutto ne va dato merito al fatto che l’incidente non avrebbe giovato a nessuno di coloro che pure soffiano incessantemente sul fuoco di un bolso antiamericanismo e di un rivoluzionarismo datato.
Il lieto fine conveniva a tutti. Allestito mentre sono ben presenti, nelle menti degli italiani, i moniti e le inquietudini derivanti dall’inchiesta sulle nuove Brigate rosse, la parata anti Dal Molin ha voluto assumere, in contrasto con quel sinistro lampeggiare di pistole e d’attentati, le connotazioni d’una festa, un grande raduno di anime belle, tante simpatiche famigliole unite dall’arcobaleno, e in testa alla sfilata donne e bambini, scudi umani contro la maldicenza dei reazionari. Per verità qualche nota stonata si è potuto scorgerla, nella melassa buonista: come lo striscione che nella zona riservata ai centri sociali intimava «fuori i compagni dalla galera». I compagni, s’intende, indagati e incriminati - da magistrati di sicuro non berlusconiani - per avere tenuto nel mirino alcuni obbiettivi, tra cui proprio Silvio Berlusconi. Happy end allora, proprio come nel cinema hollywoodiano d’antan. E non saremo certo noi a dolercene, e nemmeno l’insidiata Vicenza.
La dimostrazione contro l’ampliamento della base Usa può passare agli archivi. Sarebbe però affrettato e imprudente considerare superati, insieme ai timori che ieri accadesse un fattaccio, i problemi che, per usare un luogo comune, erano a monte della parata antiamericana, e che dopo la parata rimangono irrisolti. Lo so, la tentazione di toglierci d’attorno allarmi e avvertimenti è grossa. Sarebbe bello, una volta affidati al lento cammino della giustizia gli arrestati dei giorni scorsi, ritenere ripristinata la normalità. Naturalmente non è così. Sono un po’ tediato dalle esortazioni a non abbassare la guardia provenienti da personaggi che per quanto li riguarda hanno già abbassato tutto l’abbassabile. Cerchiamo magari un’espressione equivalente. Diciamo che ora più che mai, in questo Paese, e a dispetto del vistoso calo nella natalità, le madri dei fanatici sono sempre incinte.
Ma quei fanatici dispongono purtroppo di covi in cui alimentare i loro deliri, e contano su ambienti dai quali ricevono incoraggiamenti o comprensione. Stiamo attenti. O piuttosto stiano attente le Alte Autorità inclini alle indulgenze e agli indulti.
Rimane dunque l’emergenza terrorismo. Ma rimane anche l’emergenza politica d’una coalizione di governo i cui partiti - almeno alcuni - si dilettano di alternare presenze ministeriali e parlamentari ottimamente retribuite a ruggiti di ribellione: restando fermo, a scanso di equivoci, che il soldo continua a correre. Il disobbediente Luca Casarini, che spesso e volentieri disobbedisce al senso comune, non è tra i pensatori cui va il mio apprezzamento.
Due motivi per non archiviare
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