«Ecco i miei capolavori anni Trenta»

«L a spiaggia» di Fausto Pirandello, il dipinto raffigurato qui in basso, è l’unica assenza assordante nell’elegante soggiorno anni Trenta dell’avvocato Giuseppe Iannaccone, uno tra i maggiori collezionisti della città. In questo momento l’opera si trova alla Galleria d’Arte Moderna di Roma che glielo ha chiesto in prestito per la retrospettiva del padre della cosiddetta Scuola romana, nonchè figlio del premio Nobel della Letteratura. In corridoio, su una delle pareti degne di un museo del Novecento, campeggia un’altra opera del suddetto, un incantevole interno dalle pennellate grasse intitolato «La lettera del padre». Iannaccone, campano ma milanese d’adozione, lo descrive come tutti gli altri «figli» della sua sconfinata collezione d’arte italiana, pubblicata in un bel volume edito da Skira che verrà presentato oggi a Villa Necchi. «Pirandello era ossessionato dal padre Luigi che anche quando era a Parigi lo implorava di tornare a casa ad occuparsi del patrimonio di famiglia». Era l’inizio del decennio che avrebbe portato alla Seconda guerra, periodo di cui l’avvocato -che qualsiasi gallerista sognerebbe di vedersi presentare sulla soglia- si innamorò perdutamente una ventina d’anni fa. Da allora fu una spasmodica «caccia amorosa» (espressione che dà il titolo al volume) alla pittura italiana tra le due guerre. Non tutta però, sottolinea lui. «L’arte di regime non mi ha mai interessato, non per ragioni ideologiche ma poetiche. Le ho sempre trovate opere “finte“, sia quelle del Sironi del ventennio sia quelle di Guttuso degli anni Quaranta. Ho preferito collezionare artisti controcorrente perchè trovo la loro pittura più romantica». E infatti nella sua casa-museo aleggia tutta l’atmosfera degli anni successivi al Realismo magico e a Valori Plastici che si configurò, oltre che nella Scuola Romana che Scipione fondò con Mario Mafai, Renato Marino Mazzacurati e Antonietta Raphael, anche nel «Gruppo dei Sei di Torino», nel «Chiarismo» e «Corrente». Di quegli artisti, Iannaccone vanta di aver cercato e trovato, nella sua vita da collezionista, soltanto capolavori. Come «Profeta in vista di Gerusalemme» di Scipione in bella mostra nel suo soggiorno, o «Il postribolo» di Alberto Ziveri che domina in camera da letto. L’opera è del ’45 ma -precisa- la datazione è quasi certamente antecedente. «Il suo destino era la Galleria d’arte moderna di Roma, ma riuscii miracolosamente a convincere la vedova Ziveri che nella mia collezione il quadro sarebbe stato in miglior compagnia». Cioè quella di opere rigorosamente Anni Trenta di Renato Birolli, Renato Guttuso, Arnaldo Badodi, Filippo De Pisis, Aligi Sassu, Ottone Rosai, Luigi Broggini e gli altri. «Ho iniziato a collezionarle perchè mi emozionavano e in fondo anche perchè molti di quegli artisti furono ingiustamente discriminati». Tanto il «Postribolo» quanto il «Profeta» lasceranno la casa di via Londonio destinazione Museo dell’Arengario, quando finalmente -si dice a novembre- aprirà i battenti. «Al Museo scarseggiano capolavori di Scipione e Ziveri e li darò in prestito per cinque anni. Ne sono orgoglioso anche se, ovviamente, mi dispiace smembrare la collezione». I quadri, si sa, sonon un po’ come i figli, «piezze ’e core».

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