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Ecco il peccato originale della cultura digitale

Aiden Arata analizza la nostra trasformazione nell'epoca dei social. A partire dalle sue origini

Ecco il peccato originale della cultura digitale

Siamo nel 1993, tecnopreistoria. Tra le catacombe pixelate delle prime comunità virtuali, iniziano ad aggirarsi entità spettrali, fatte di nickame e ombra: in LambdaMOO, un Multi-User Dungeon, appare l'impensabile.

La materializzazione di un'identità che attraverso un ologramma di violenza determinerà, sorta di cyber-Caino, la trasformazione di una chat in una società. Mr Bungle, nome derivante dalla serie educativa Lunchroom Manners e che ispirerà l'omonima band di funk jazz metal di Mike Patton, commette uno stupro. Uno stupro virtuale, ma comunque vissuto dai presenti come un trauma destinato a replicarsi in eterno: forzatura elettronica, a mezzo di un programma da bambola vudù che costringe gli utenti a commettere quanto non avrebbero voluto fare.

L'episodio si irradia con potenza mitografica, ripreso da Julian Dibbell, nell'articolo "A Rape in Cyberspace or How an Evil Clown, a Haitian Trickster Spirit, Two Wizards, and a Cast of Dozens Turned a Database into a Society" apparso nel 1993 sulle pagine del Village Voice e la cui lettura Lawrence Lessig definirà fondamentale per far nascere in lui l'interesse ad occuparsi di Internet.

Lo "stupro virtuale" sarà una delle prime fortissime riflessioni sull'identità al tempo del digitale, prima di tentazioni metaversiche e colonizzazione pagata coi Linden Dollars.

Nel bel volume di Aiden Arata, You have a new memory Internet e la fuga perenne (Mercurio), si respira clima crepuscolare e a suo modo terrorizzante di un'identità centrifugata e sminuzzata dal letto di Procuste di algoritmi e comunità online.

Come ricorda Priscilla De Pace nella sua prefazione, evocando la famigerata trasformazione di Instagram, la violenza di quell'epifania, la scatola, ebbe un valore trasformativo, radicale; per esorcizzare la mimetica, ma selettiva ed escludente, Scatola di Lemarchand, si continuò a definire il social una community. Un dramma psichedelico e destrutturante non difforme dal caos generato, anni e anni prima, dallo stupro virtuale che aveva finito per irradiare consapevolezza, coscienza, regole e legami. In alcuni casi tribali, ma pur sempre legami.

Il volume della Arata è viaggio, ordalia e diario di bordo. Si incunea nel fianco della virtualizzazione del reale e di quella commistione ibrida tra analogico e digitale, tra carne e pixel. "Internet ha resuscitato la città fantasma dal regno dei morti", scrive parlando di un'area morta e abbandonata, situata tra Lone Pine e la Death Valley, esplorata dal compagno di una sua amica e finita ad ornare video su YouTube: lui arreda, migliora, esplora, rende show la relativa antichità abbandonata, diventa un ologramma baudrillardiano embricato con le ombre di un Thomas Ligotti disperso nella frontiera tech.

Il libro è composto di dieci saggi, dieci tappe di una via crucis al cui termine vi domanderete se sia davvero il caso di permanere nello spazio del digitale o, almeno, di allentare la presa. In America online, la Arata ricorda gli esordi, epifanici anche questi, nel processo caleidoscopico di fusione tra realtà e virtualità sessualizzata, con sullo sfondo l'espansione multicolore del tech e Il Signore degli Anelli, trasformato in una storia d'amore evirata di tutte le battaglie e i combattimenti. La scena descritta parlando della chat di AOL ci riporta proprio al fumo vittoriano e porno-tecnologico di Dibbell e della epopea di Mr Bungle. "Se me lo avessero chiesto allora" scrive l'autrice "avrei risposto che l'epicentro della coda di balena è il buco del culo". Il mio anno di guadagno e sperperio è un autentico diario che scandisce mesi e sventure lavorative, un licenziamento, montagne russe emotive e slanci che in quello sperpero adombrano l'energia solare di Bataille, il limite dell'utile trasceso oltre l'orizzonte negativo del virtuale. La melassa oleosa del digitale ci cade addosso come un cielo nero infinito le cui stelle ardono di fiamme e di silicio: in questa drammatica bulimia informazionale e di vertigine dell'identità il tempo sembra azzerarsi, "il tempo si muoveva in tempo strano", e il piacere stesso si sdilinquisce, si annacqua, "cosa mi dava piacere? Molto poco, ma era abbastanza". Nella, temporanea o definitiva, assenza dal digitale emerge una rivendicazione, disperata ma reale, per riappropriarsi del proprio essere. "Internet, come un sacchetto di plastica, è un contenitore che è allo stesso tempo eterno e usa e getta, e quando usiamo Internet anche noi diventiamo eterni e usa e getta".

La Arata si rifugia, letteralmente, in una sorta di Comune per i climaticamente angosciati: qui all'ambizione quasi hippie ed ecologista il senso veramente apocalittico è infuso dalla consapevolezza di un reale che da ormai molto tempo ha cessato di avere qualunque forma reale.

Per quanto si possano nutrire dubbi sull'escapismo passivo dalla tecnologia social e pure sull'angoscia climatica, il percorso dolente che ha condotto alla fine-rinascita della Arata, felicemente disconnessa, è molto preciso, vivido, puntuale e carnografico.

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