Buono spesa? Le partite Iva dicono no

Il governo è pronto a erogare aiuti inviando denaro ai comuni, ma le partite Iva non ci stanno. Non sono abituate a mendicare ai servizi sociali

Fino all’altro ieri erano i primi a tirare su la saracinesca. È mattino presto e un bar lungo la strada ha già aperto. È anche una pasticceria. Serve cappuccini e cornetti. Ci campa. Era il sogno di una giovane imprenditrice, ma il peso dello Stato glielo sta facendo pagare giorno dopo giorno. Questa è una delle partite Iva che nelle settimane di magra, come quelle passate a difendersi dal coronavirus, tira la cinghia.

Ha qualche risparmio messo lì da parte per i giorni difficili. Questi sono piombati dal cielo senza avvertire. Su un volo dalla Cina, o da una maratona corsa in gruppo nel basso Lodigiano. Quel territorio, ormai noto come prima zona rossa, da cui il virus ha iniziato ad ammorbare le vite degli italiani. Ora il governo, dopo aver rischiato l’assalto ai forni, è corso ai ripari. Sbandiera di aver riservato un posto in prima fila anche agli autonomi.

Soldi messi a disposizione anche per quelli che non sono avvezzi a chiedere aiuto pubblicamente. Questi soldi sono affidati, per renderli subito attivi, ai comuni. Ma questa decisione non piace a gran parte delle partite Iva. Gente onesta che lavora. Troppo spesso messa all’angolo. Giudicata. "Evasori", li chiamano. Loro sono abituati a rispondere con il lavoro, quando possono. Commercianti, artigiani, micro imprese allo stremo. Spremuti prima dal potere pubblico. Poi dal virus cinese.

C’è un pezzo d’Italia che non è disposto a chiedere l’emosina. Anzi, c’è un pezzo rilevante di Italia che è pronto a morire piuttosto che far sapere al mondo che non ha soldi per campare. Il governo dà 400 milioni ai comuni per buoni spesa e derrate alimentari da elargire a chi è in difficoltà. Ma per averne titolo, chi è stremato economicamente dalla quarantena, deve andare in municipio e farne pubblica richiesta. È qui che il filo si spezza. Che bisogno c’è di umiliare, chi ha perso il lavoro, chi non sta ricevendo lo stipendio o chi ha l’attività chiusa, con tessere tipo quelle erogate durante la guerra? Si chiedono in molti.

La soluzione sarebbe sostenere con versamenti immediati sul conto corrente chi è senza reddito a causa dell’emergenza coronavirus, senza umiliare ulteriormente chi è in difficoltà affidandoli ai servizi sociali. Non si capisce perché, poi, a chi non ha mai lavorato si danno i soldi con il reddito di cittadinanza e a chi ha lavorato fino a ieri si deve invece dare il buono spesa. Questo è il grido di aiuto che arriva da milioni di partite Iva italiane. Un allarme ben incarnato da un tweet di Giorgia Meloni pubblicato a margine della conferenza stampa del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, andata in onda ieri sera a reti unificate.

"Giriamo 4,3 miliardi ai comuni anticipando il fondo di solidarietà comunale. E aggiungiamo 400 milioni con ordinanza della protezione civile con il vincolo di utilizzare queste somme per le persone che non hanno i soldi per fare la spesa. Da qui nasceranno buoni spesa ed erogazioni di generi alimentari", annuncia il premier. "Nessuno sarà lasciato solo. Siamo vicini alle persone bisognose, dobbiamo aiutare chi è maggiormente in difficoltà". "Le misure sono operative già da domattina", sottolinea il ministro dell’Economia, Roberto Gualteri, aggiungendo che con questo Dpcm si dà ossigeno ai cittadini.

Famiglie, lavoratori, imprese. Questo è il target a cui pensa il governo. Ma appena sentito la notizia in molti hanno avuto da ridire. "Io nemmeno ci penso a chiedere l’elemosina a questi vermi di politici. Quando devi pagare le tasse, quando ti pignorano il conto corrente sanno dove trovarti. Allora, se vogliono, sanno dove mandare i 500 euro per farmi fare la spesa. I buoni si danno ai benzinai (con massimo rispetto per la categoria)". Questa è la protesta silenziosa di una maggioranza silenziosa.

Sono in difficoltà e sono arrabbiati. C’è anche chi commenta la notizia in modo diplomatico: "Avere problemi economici non è una vergogna, essere messo alla gogna lo è. Sanno tutto di noi compreso tutti i numeri di conto: che facciano un bonifico. Nulla vieta a chi non lo ha, ed era già abituato a rivolgersi ai servizi sociali, di utilizzare quel canale. In molti hanno chiuso, ma in silenzio cercano di mantenere un’immagine decorosa al fine di poter un giorno ritornare a galla. Così gli dai il colpo di grazia".

Le partite Iva respingono al mittente i sussidi. Sono sul lastrico. In difficoltà. Ma per decenza e orgoglio, soprattutto, non faranno mai file alla caritas. È un po’ come nel film Umberto D. diretto dal grande Vittorio De Sica. Qui il protagonista, in difficoltà economiche, cerca di imparare a mendicare. Ma la dignità, quel rigore morale che lo contraddistingue, glielo vieta. Non vi diremo come finisce uno dei capolavori del neorealismo. L’importante, per ora, è riflettere. E se un giorno in un bar vi offriranno un croissant, sarà per generosità. Nessuna dietrologia. Nessun doppio gioco. Quel commerciante non vuole comprarvi con un cornetto inzuppato nel latte. È onestà e senso degli affari, se mai. Sarà così anche domani. Quando l’antivirus avrà debellato l’infezione. E torneremo così a uscire, a fare soldi dignitosamente.

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