Il Covid "divora" le pensioni: quanto si perde sugli assegni

Gli scenari dei prossimi mesi (e dei prossimi anni) non sono confortanti. Tagli per chi va via (non solo con Quota 100) e per chi ha già lasciato

Le pensioni non la faranno franca. Gli assegni dovranno fare i conti con lo tsunami del Covid che ha stravolto un Paese, le tasche dei suoi cittadini e tutti i parametri dell’economia. E così bisogna prepararsi a fare i conti con una erosione degli importi dovuta proprio al cambiamento radicale degli scenari economici in questo 2020. Gli effetti su inflazione e calcoli previdenziali cominceranno a dare gli effetti a partire dal prossimo anno. Facciamo chiarezza. Per il momento a rischio ci sono gli assegni di chi deve lasciare il lavoro nei prossimi mesi e nei prossimi due-tre anni. Ma la “botta” con cui fare i conti non è certo leggera.

Quanto si perde

Come riporta Panorama, con un crollo del Pil del 10 per cento con un effetto rimbalzo del 4 per cento negli anni 2021 e 2022, i lavoratori che lasceranno il posto rispettivamente nel 2023 e nel 2033 subiranno un taglio dell’assegno tra il 2 e il 4 per cento. Attenzione però a questa seconda ipotesi. Nel caso in cui dovesse verificarsi un blocco dell’economia più prolungato, ovvero con il mancato effetto rimbalzo dopo un crollo del 10 per cento del Pil, allora gli scenari sarebbero davvero peggiori. Un lavoratore anziano che va via a stretto giro sostanzialmente subirà una perdita quasi a zero. Ma chi invece andrà via tra qualche anno allora dovrà fare i conti, come sottolineano i calcoli di Epheso per il settimanale, con una sforbiciata ben più pesante: si perderebbe sull’assegno tra il 6,6 e il 6,7 per cento. Ma in questo scenario di crisi è meglio dare un’occhiata anche agli assegni in essere che come ogni anni dovranno fare i conti con la rivalutazione. Ricordiamo che con l’ultima finanziari la rivalutazione piena al 100 per cento è assicurata per gli importi fino a 4 volte il minimo. Poi le quote scendono col crescere dell’importo previdenziale. Con una inflazione al minimo, il rischio concreto è che venga annullata la rivalutazione degli importi per il prossimo anno. Non stiamo parlando di tagli ma di mancati aumenti. Una mannaia che potrebbe riguardare tutti gli importi fino a 2.060 euro lordi mensili. Chi invece supera questa cifra, parliamo degli assegni che superano 4 volte il minimo, potrebbe subire un ricalcolo meno severo. Infatti per questi assegni non è prevista una rivalutazione al 100 per cento, ovvero piena, ma solo parziale. Quindi l’adeguamento al costo della vita sarebbe molto più basso e dunque il contraccolpo sull’importo verrebbe a mancare. Ma di fatto l’effetto Covid avrà conseguenze non da poco sugli assegni previdenziali.

Rivalutazioni a rischio

Come racconta a ilGiornale.it l’avvocato Celeste Collovati di Dirittissimo, (rivalutazionepensione@gmail.com), da anni impegnata sul fronte dei maxi ricorsi per la mancata rivalutazione degli importi, lo scenario che ci attende non è certo confortante: “Un ulteriore blocco delle rivalutazioni si andrebbe ad aggiungere a quello mancato negli ultimi otto anni. Dunque l’effetto su un mancato incasso è necessario valutarlo su un arco di tempo più lungo e dunque più consistente. E per capire bene la questione basti considerare le proiezioni degli importi dello scorso ottobre sui prossimi tre anni con una sforbiciata di più più di 400 euro in un solo triennio. La rivalutazione piena continua ad esser bloccata anche dopo Covid per pensioni oltre i 3000 euro lordi e chissà magari anche per quelle più basse vista l’inflazione. Gli avvocati continueranno a fare i ricorsi per il recupero degli arretrati e per far valere l’illegittimità Costituzionale”.

La botta nei prossimi tre anni

Qualche mese fa era stata proprio la Cisl, con uno studio, a tracciare il profilo delle stangate sugli assegni con il blocco della rivalutazione. Il sindacato stimava una perdita per gli assegni tra 1500 e 1700 netti dal 2020 di circa 10,74 euro fino a lievitare a 20,51 euro nel 2021. In un triennio la perdita potrebbe ammontare a 467 euro. E di fatto da ciascun anno successivo il prelievo arriverebbe a 267 euro. Il governo è intervenuto alzando fino a 4 volte il minimo la rivalutazione piena. Ma considerando che l’effetto si perde dai 2,060 euro lorde al mese, di certo la botta sull’importo in questi anni si è fatta sentire e purtroppo continuerà a farlo…

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Commenti
Ritratto di mortimermouse

mortimermouse

Gio, 21/05/2020 - 13:00

ma per forza! se il governo mantiene le tasse, non le sospende, il commerciante è costretto ad aumentare i prezzi dei prodotti, quindi se non aumentano gli stipendi, è molto difficile che la ripresa economica sia piu forte di prima! :-) grazie infinite alla sinistra (ma anche noi non siamo esenti da colpe, soprattutto quella parte di noi che preferisce la sinistra!!!!) !!!

Superciuck58

Ven, 22/05/2020 - 10:22

Quanto astio sig. Mortimermouse, ci sara’ migliore occasione per incolpare i comunisti, non in questa, in quanto la notizia non e’ corretta. Il giornalista si e’ dimenticato che la tematica era stata affrontata nel 2015 quando l’istat aveva calcolato il pil medio del quinquennio precedente ed il risultato era che la rivalutazione del montante afferente la parte contributiva sarebbe stata a tasso negativo. Ordunque leggetevi la circolare inps 167 oggetto:art 5 dlgs 21 maggio 2015 n.65. Buona lettura ad entrambi!