Deutsche bank, soluzione a tre teste

Nasce l'ipotesi italo-franco-tedesca per una fusione con Société Générale e Unicredit

Qualche settimana fa i vertici di Deutsche Bank hanno annunciato in una lettera spedita ai dipendenti in pensione che le tradizionali celebrazioni della festa di Natale nelle filiali regionali e nella sede centrale sono annullate perché bisogna tagliare i costi. Che la banca tedesca non arrivi a mangiare il panettone è assai improbabile. Ma di certo, alla delusione per la festa cancellata si sono aggiunte le preoccupazioni per le parole del presidente del colosso tedesco, Karl von Rohr: «Deutsche Bank è più aperta ad essere parte di un processo di consolidamento bancario a livello europeo, piuttosto che in Germania o a livello globale», ha detto Rohr lunedì durante un convegno a Francoforte. Saltata la fusione con la connazionale Commerzbank, i tedeschi devono quindi rassegnarsi all'evidenza che Deutsche Bank è considerata ormai una banca da far salvare. E in un mondo, quello bancario, dove si viaggia verso il consolidamento, la strada porta verso un matrimonio transnazionale. Magari anche a tre.

Il gruppo ha chiuso il terzo trimestre in rosso per quasi un miliardo nonostante il calo dei costi e altri 18mila tagli al personale. In Borsa, il titolo scambia a meno di 7 euro mentre un anno fa valeva circa il 20% in più. Gli azionisti sono in allerta e il fondo Cerberus (terzo socio con il 3%) starebbe spingendo per la sostituzione del presidente del consiglio di sorveglianza, Paul Achleitner. Ma, come dicono gli americani, la banca è too big to fail (troppo grande per fallire), serve quindi un assist straniero. Che potrebbe offrire lo spunto per dare vita a un colosso europeo coerente con il nuovo corso franco-tedesco e dove l'asse Macron-Merkel si sta spostando un po' più verso Parigi. In questo senso il candidato ideale si chiama Société Générale. Ma non basta: per rendere l'operazione ancora più continentale, quale partner potrebbe essere migliore di Unicredit? La banca italiana, a trazione tedesca (controlla da tempo la bavarese Hvb) e a guida francese (l'ad Jean Pierre Mustier viene proprio da SocGen). Dall'arrivo di quest'ultimo nel 2016, Unicredit è diventata «una banca paneuropea vincente», come Mustier stesso ama definirla. E l'ad sta continuando a fare cassa con una serie di operazioni che secondo alcuni osservatori sono il prodromo di mosse più ardite. Oltretutto l'addio a Mediobanca apre a scenari nuovi. Inizialmente si era parlato di Commerzbank, ma ora i tempi sarebbero maturi per una Große Koalition allo sportello, con gli italiani in posizione di forza: Deutsche Bank oggi capitalizza 13,6 miliardi, la metà rispetto al valore di Borsa di Unicredit che sfiora i 28 miliardi, mentre Socgen ne vale 24,2.

Per ora si tratta solo di una suggestione anche perché Mustier - che svelerà il suo nuovo piano industriale il 3 dicembre continua a ripetere il mantra della crescita «organica» e non perde occasione per ribadire che non esistono le condizioni finanziarie per eventuali fusioni. Eppure di questo matrimonio a tre si parla eccome, sebbene in maniera ufficiosa, ad alti livelli bancari. Dove il programma di Unicredit di creare di una holding internazionale basata in Italia per riunire le attività estere, è visto come una leva per operazioni straordinarie.

Di certo, essere campioni nazionali nel mondo bancario ormai non basta più, soprattutto ora che si fa più pericolosa la concorrenza dei giganti bancari statunitensi e cinesi. Sullo sfondo, non sono inoltre passate inosservate le parole del ministro tedesco delle finanze, Olaf Scholz, che ha rotto senza preavviso un tabù cementato a suo tempo dal predecessore, Wolfgang Schauble, strenuo oppositore dell'idea di mettere i depositi delle banche tedesche a garanzia della solvibilità degli altri Paesi. Scholz ha invece ammesso che è ora di completare l'unione bancaria europea, dando anche vita a una qualche forma comune di assicurazione dei depositi. Così sarà più facile trovare un partner per Deutsche Bank.