La Fed va avanti e spaventa Wall Street

Nuovo rialzo dei tassi, ora tra 2,25 e 2,50%. La mossa delude i mercati: Nasdaq -2%

Rodolfo Parietti

La Federal Reserve non cede al pressing insistente di Donald Trump, alza i tassi di un altro quarto di punto al 2,25-2,50%, ma si dice pronta ad ammorbidire il ritmo delle strette monetarie, che nel 2019 scenderanno a due dalle tre ancora previste in settembre. Risultato? Wall Street non ha per nulla preso bene la nuova forward guidance della banca centrale Usa (-1,3% il Dow Jones, -2% il Nasdaq a un'ora dalla chiusura), una soluzione di compromesso decisa per non perdere del tutto la faccia di fronte ai desiderata del tycoon, che aveva chiesto ripetutamente di stoppare i giri di vite sul costo del denaro.

Nè al mercato è sembrata sufficiente la presa d'atto, da parte della Fed, delle mutate condizioni economiche e finanziarie. «La volatilità dei mercati è aumentata e le condizioni finanziarie sono più stringenti», ha ammesso il presidente dell'istituto di Washington, Jerome Powell, convinto comunque che il 2018 sia stato «l'anno migliore dalla crisi finanziaria». Un modo per difendere i quattro strappi dati ai tassi quest'anno, alla luce, recita il comunicato finale, di un mercato del lavoro che «ha continuato a rafforzarsi» e di una attività economica che «ha accelerato a un passo forte». Uguale anche l'analisi sulla creazione dei posti di lavoro «forte, in media, nei mesi recenti». Se a novembre la banca centrale Usa aveva scritto che il tasso di disoccupazione era «sceso», ora dice che «è rimasto basso»; questo per riflettere il fatto che a novembre quel tasso è rimasto al 3,7%, ai minimi dal 1969.

Ma proprio a causa delle più recente turbolenze, la Fed è stata costretta a correggere le previsioni di crescita, riviste al ribasso al 3% quest'anno e al 2,3% l'anno prossimo, contro rispettivamente il 3,1% e il 2,5% delle stime precedenti. Anche l'inflazione non terrà il passo previsto: sia quest'anno, sia il prossimo si attesterà all'1,9%, contro il 2,1% e il 2% dell'outlook di settembre. E proprio questo motivo, ha spiegato Powell, «ci permette di essere pazienti sui tassi», cioè di non calcare troppo la mano il prossimo anno e di confermare, per il 2020, un solo giro di vite,

Il problema è che non il solo Trump spingeva per mettere fine alle strette al costo del denaro, ben nove dalla prima decisa da Janet Yellen nel dicembre 2015. Ci contavano anche i mercati, sottoposti nelle ultime settimane a un sell off che ha portato gli indici di Wall Street in territorio di correzione, e ieri per nulla soddisfatti delle decisioni prese dalla Fed (-1,7% il Dow Jones a un'ora dalla chiusura). Powell ha scelto di non apparire troppo colomba, forse anche per difendere l'autonomia e l'indipendenza di Eccles Building dal potere politico. «Le considerazioni di tipo politico non giocano alcun ruolo nelle decisioni e nelle discussioni della Federal Reserve. Nulla ci impedirà di fare quello che crediamo sia giusto». Una chiara replica, da parte di Powell, all'inquilino della Casa Bianca. In effetti, come fa notare qualche osservatore, 25 punti di aumento dei tassi non faranno alcuna differenza per l'economia. Soprattutto perché - sostengono - molti dei venti contrari prevalenti (la guerra dei dazi soprattutto) non hanno nulla a che fare con la politica monetaria. Ma Stephen Moore, uno tra gli economisti Usa più influenti, era stato ieri tranchant: «Se alano i tassi, alla Fed dovrebbero essere licenziati tutti per negligenza economica».

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