Quella lezione di New York

Ero a New York qualche giorno prima il voto per l'elezione del presidente Usa. Ho visto fervore, un cantiere via l'altro. Le gru che si sprecavano. Il senso di libertà lo respiri nell'aria. Come l'intraprendenza. Scendendo dal taxi mi ha incuriosito un tipo che, da perfetto uomo sandwich, comunicava la sua piccola impresa: noleggio di biciclette. Siccome mi piace sempre andare a fondo alle vicende umane che mi interessano, mi sono avvicinato perché le biciclette non le vedevo. Lui, sorridendomi, mi ha indicato lo scantinato dove ho visto il suo parco «vetture». Assai ridotto, appena quattro bici. Che noleggia a prezzi molto competitivi! Ho capito: c'è spazio per tutti. Il sogno americano vive ancora.

Certo, i problemi ci sono anche lì e non di poco conto. Quanti barboni in ogni angolo, bambini che dormono per strada in sacchi a pelo. Anche a Manhattan. Ma quello della povertà è un problema globale, non solo degli Usa. Papa Francesco lo ricorda sempre: inascoltato. Al di là delle contraddizioni, l'impianto liberale su cui poggia quel grande Paese è solido. Un punto di riferimento per ripartire, seppur la crisi planetaria pesi tantissimo. Sono rientrato in Italia portandomi dentro quanto veduto a New York. Poi ha vinto Donald Trump. Non entro nel merito, lascio ad altri più autorevoli coglierne il significato politico. Mi limito a porre l'attenzione sul fatto che il nuovo presidente è un imprenditore; che il suo programma prevede una drastica riduzione delle tasse e forti investimenti nella realizzazione di nuove infrastrutture. Così, da una parte si recupera fiducia incentivando i consumi e alleggerendo la pressione; dall'altra si genera lavoro che non è mai abbastanza. Ma, ovviamente, auspico che Trump si ricreda su misure protezionistiche e tentazioni isolazionistiche. Scelte, quelle, poco liberali. Staremo a vedere.

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