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T-Bond, la Cina accelera la ritirata. Ora solo il 31% è in mano agli esteri

In retromarcia anche i fondi di Danimarca e Olanda

T-Bond, la Cina accelera la ritirata. Ora solo il 31% è in mano agli esteri
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La Cina sta lentamente sganciando la bomba più silenziosa contro Washington: vendere il debito americano. La scorsa settimana Pechino ha, infatti, invitato le proprie banche a ridurre l'esposizione ai titoli del Tesoro Usa, nel contesto delle crescenti tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti. Proprio questa grande fuga sarebbe una delle micce che ha innescato la guerra dei dazi scatenata da Trump contro Pechino che, infatti, sta diminuendo le sue partecipazioni già dal 2013, dimezzandole nel tempo. Sulla carta, i treasuries detenuti dalla Cina di Xi Jinping (in foto) sono scesi al livello più basso dal 2008.

La mossa ha intanto riacceso sui mercati il dibattito su un possibile scenario Sell America. Altri Paesi, del resto, stanno seguendo la stessa strada: fondi pensione danesi e olandesi hanno ridotto o venduto parte dei loro treasuries, così come India e Brasile stanno diminuendo le loro posizioni per diversificare le riserve. Risultato: la quota di treasury detenuta da investitori esteri è scesa dal 50% circa del 2015 al 31% attuale, segno che gli stranieri non stanno più assorbendo il debito Usa come in passato. Gli Stati Uniti hanno bisogno del capitale estero per finanziare il proprio deficit e se le vendite dei titoli di Stato continuano, o se gli acquisti rallentano ancora, l'impatto potrebbe alimentare nuove tensioni su obbligazioni e dollaro. Secondo Bloomberg, le banche cinesi detengono circa 298 miliardi di dollari in obbligazioni denominate in dollari Usa, anche se non è chiaro quale quota sia composta da Treasury rispetto a debito corporate. I rendimenti finora hanno reagito poco. Ma la questione non è l'impatto immediato, è la traiettoria di lungo periodo.

Il calo del dollaro ai minimi pluriennali è il segnale più chiaro del nervosismo degli investitori esteri nei confronti degli Stati Uniti, dove hanno investito 36.000 miliardi di dollari in azioni e obbligazioni a lungo termine. Coprire la valuta, attraverso i mercati dei derivati, può essere un modo più semplice ed economico per ridurre l'esposizione al mercato statunitense rispetto alla vendita di azioni o obbligazioni. Ma può trasformarsi in un circolo vizioso: la copertura comporta la vendita del dollaro, con un conseguente impatto negativo sul prezzo. Non solo. Anche l'offensiva trumpiana sulla Groenlandia a gennaio ha alimentato le speculazioni secondo cui gli investitori stranieri potrebbero militarizzare (o unirsi per vendere) gli asset statunitensi.

Le disponibilità estere di titoli del Tesoro hanno raggiunto la cifra record di 9,4 trilioni di dollari a novembre, ma il ritmo degli acquisti è

rallentato a 422 miliardi di dollari nell'anno fino a novembre, dai 641 miliardi di dollari dell'anno precedente. Alcune banche centrali e investitori esteri, in particolare nel Nord Europa, sono diventati venditori diretti.

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