Vide la nave schiantarsi contro le onde. Creste di spuma si infrangevano contro la prua mentre la goletta cavalcava il mare come impazzita, impennandosi verso l'alto per poi precipitare dentro l'abisso. Le grida dei marinai e dei soldati venivano divorate dal rombo della tempesta. Era una continua altalena di morte. Attorno a lui, solo schianti e tuoni, lampi nel cielo a squarciare la volta e montagne d'acqua salata che ricadevano terribili sul ponte, annegando gli uomini dell'equipaggio come topi di fogna. Il marchese di Bedmar assisteva attonito a quell'apocalisse senza poter fare nulla. Almeno fino a quando una raffica di vento non lo scaraventò contro l'albero maestro e lui si ritrovò dolorante, e ferito alla tempia, in coperta: un relitto umano galleggiante nell'acqua che allagava il ponte. Il sangue diluito nella liquida furia del mare. A fatica si rimise seduto contro la murata, pronto a essere scagliato di nuovo da qualche parte dalla furia degli elementi. Si svegliò, madido di sudore. Alfonso de la Cueva-Benavides y Mendoza-Carrillo, marchese di Bedmar, ambasciatore spagnolo a Venezia, viveva oramai nel terrore. Le sue macchinazioni erano state scoperte. La congiura architettata insieme al duca di Osuna, sventata. Le spie della Serenissima avevano avuto la meglio su di lui. In particolare, quel maledetto Spettro di Venezia che, secondo l'opinione di molti, era divenuto l'anima dannata del doge.
L'intero disegno concepito qualche tempo prima era naufragato a causa anche di un colpo di sfortuna. Avventurieri francesi e spagnoli, uomini al suo soldo, avrebbero dovuto prendere il controllo dell'Arsenale, aspettando l'arrivo di una flotta. Ma le navi, a differenza di quanto ci si poteva attendere, non erano mai giunte. Aveva appreso la ragione di quel fallimento solo qualche settimana dopo, quando aveva ricevuto una missiva cifrata dal duca di Osuna che era scampato personalmente alla tragedia in mare. Gli aveva riferito per lettera quanto accaduto, non appena gli era stato possibile. Da allora, il marchese di Bedmar reiterava un incubo: essere presente alla tempesta che aveva fatto strame della flotta spagnola. Quattro navi a picco. Le stesse che avrebbero dovuto entrare per la bocca di porto del Lido di Venezia e conquistare la Serenissima, fornendo supporto e appoggio agli avventurieri penetrati nell'Arsenale. Niente era andato come programmato e quella sua attuale impotenza prendeva le forme dell'angoscia, impedendogli di dormire, condannandolo a un incubo ricorrente. Andava avanti da almeno due settimane, ormai. Contrariamente a quanto aveva creduto in un primo tempo, però, i magistrati veneziani non erano venuti a prenderlo. Niente affatto! Li aveva attesi, convinto di finire in ceppi di lì a breve, e invece niente. Quei maledetti erano stati molto più spietati e astuti. Continuavano a riceverlo a Palazzo Ducale e a comportarsi nei suoi confronti in maniera impeccabile. Allo stesso tempo, però, stavano facendo a pezzi tutti i suoi uomini. Di un vero e proprio esercito di spie al suo servizio non rimaneva più quasi nessuno, ed egli si domandava ogni giorno dopo essersi svegliato coperto di sudore, proprio come quel mattino a chi sarebbe toccato. E ancora: lo avrebbe poi saputo? E per mezzo di chi? Era solo. L'incertezza lo logorava, gli toglieva il sonno e lo faceva sentire vulnerabile. Odiava quella sensazione. Lui, da sempre abituato a tenere in proprio potere chiunque, era costretto a vivere da uomo morto senza esserlo ancora. Eppure, ne era certo, si trattava solo di saper attendere. La sua fine sarebbe arrivata. Ma non spettava a lui stabilire quando. E un simile fatto lo torturava. Nel dispensare la morte, Venezia era un'autentica regina. Sembrava voler giocare con lui, divertendosi a osservarlo mentre si affannava a capire come e quando sarebbe successo.
Più volte si era domandato se chiedere l'intercessione del suo re sarebbe servito a qualcosa. Sospirò: una simile prece non avrebbe ottenuto successo presso il trono. Era stato lui a muovere le leve della cospirazione e lo aveva fatto contro la volontà del rey, di concerto con il suo amico, il duca di Osuna, il quale, come lui, voleva affermare la propria sfera di influenza. Solo che avevano fallito. E ora dovevano subire le conseguenze delle proprie azioni. Tutto qui: semplice e triste. Si alzò dal letto e raggiunse il bacile in maiolica. Versò l'acqua della brocca e si lavò il volto. Provò freddo e un segreto piacere. Per un istante, almeno, si godette quello schiaffo di gelo sul viso. Fuori doveva essere ancora buio. Nel palazzo non si udiva un fiato. Scosse la testa. Anche con il sole alto, non sarebbe andato da nessuna parte. Nemmeno volendo. Dopo quanto accaduto, la scelta migliore era quella di mostrarsi il meno possibile, limitandosi a ricevere nel suo palazzo le persone che desideravano fargli visita. Non molte, in verità. Anzi, a essere sinceri, nemmeno una. Era più una favola quella che si raccontava, dal momento che, in quei giorni, sarebbe stato più ricercato se avesse contratto la peste. Ecco. Era proprio come essere malati di un morbo contagioso e mortale. Tanto frequenti erano i colloqui prima della cospirazione, tanto rari o quasi assenti lo erano diventati adesso, quando chiunque si preoccupava di disertare il suo palazzo e di essere ben certo di non avere in alcun modo a che fare con lui. Qualcuno di fedele gli era anche rimasto, qualcuno che ben sapeva quanto la ruota della fortuna fosse destinata a girare, eppure, dato il madornale errore commesso e poste le prove che Venezia doveva aver raccolto a suo carico, il marchese di Bedmar temeva seriamente di non riuscire a sovvertire il corso delle stelle. Il suo destino era segnato e quel suo voler rimanere a Venezia, a proprio rischio e pericolo, avrebbe ben potuto essere scambiato per follia pura. Ciononostante, in fondo al proprio cuore, egli sapeva che non tutto era perduto. Il re non lo avrebbe mai appoggiato ufficialmente ma, allo stesso tempo, Venezia avrebbe dovuto prendere la sua testa con assoluta circospezione. In caso contrario, avrebbe scatenato una guerra contro la Spagna senza alcuna possibilità di vincerla. Però, i sicari erano ovunque e loro colpivano senza lasciar traccia, facendo somigliare un omicidio al più banale degli incidenti. E fra i tanti assassini prezzolati, il più temibile di tutti era lo Spettro di Venezia. E lo era proprio perché agiva non in base al tornaconto personale, ma per la giustizia e la difesa della Serenissima. Almeno questo era quanto si raccontava in giro. Il marchese di Bedmar provò a figurarselo. Si raccontava fosse vestito completamente di grigio, proprio come la caligine e la nebbia dalla quale prendeva il nome: El Caigo, in veneziano. Forse era arrivato proprio in quel momento? Nel cuore della notte? Gli parve di udire dei passi su per le scale. Perdendo definitivamente il lume della ragione, il marchese di Bedmar afferrò la spada che teneva pronta alla bisogna sotto il letto e la sfoderò. L'acciaio di Toledo scintillò alla mutevole luce delle candele.
Ma che diavolo stava facendo? Un grande specchio veneziano a parete catturò la sua immagine al centro della camera. Lì, in vestaglia, con una lama in mano, quasi incapace di usarla. Era ridicolo, no, peggio ancora: patetico, imbarazzante.