Esule e campione, ma non può giocare a calcio

E chi lo ferma, Kolou, sui campetti da calcio della periferia. Lui che due anni fa ha lasciato la sua casa a Lomé, nel Togo, ed è arrivato a Lodi. Lui che, nel Togo, giocava in nazionale, ma che da casa se n’è dovuto andare a 17 anni perché laggiù rischiava la vita. E chi lo ferma, uno così, sui prati spelacchiati del campionato dilettanti? Ci stava pensando la Figc, quelli - per intendersi - che dirigono tutto il pallone italiano dalla serie A alle squadrette locali. Ci aveva provato, ma è stata bloccata da un tribunale.
Perché Kolou, che a Lodi ha iniziato a giocare all’oratorio don Bosco - nella «Gs Azzurra» - e vive in una casa di accoglienza, è un extracomunitario. Un rifugiato politico. E ha il permesso di soggiorno valido, ma rinnovato ogni cinque mesi. Meno della durata di un campionato. Per questo la Federazione gli aveva negato il tesseramento. «Nessuna discriminazione, ma non si può avallare la presenza di un extracomunitario nel nostro Paese in una condizione di irregolarità», si sono giustificati i legali della Figc. E poi così «tuteliamo i vivai nostrani». Argomentazioni «prive di logica e di apprezzabiolità giuridica», sostiene invece il tribunale civile di Lodi, che ha condannato la Federazione - con una sentenza depositata ieri - a tesserare il ragazzo togolese per il campionato 2010/2011. E la difesa dei vivai italiani? «Un sostanziale fenomeno di etnocentrismo - scrive il giudice - modello sociela eticamente inaccettabile» e soprattutto «discriminatorio».
Il punto cruciale, sotiene il tribunale, è l’illegittimità dell’articolo 40 delle norme interne della Figc: quello che, tra le altre cose, impone agli extracomunitari un permesso di soggiorno valido almeno fino alla fine della stagione sportiva corrente. Ecco la discriminazione: una «differenza di trattamento tra cittadini italiani, comunitari ed extracomunitari che non si fonda sulla regolarità del soggiorno in Italia, bensì su un requisito temporale (la validità del permesso fino al termine del campionato) privo di ogni logica». Senza contare, poi, che lo sport è «un valore tutelato» dalla Costituzione, è «uno strumento di integrazione sociale», nonché «una fonte di reddito». Perché il ragazzo, ora, ha 19 anni. E chissà mai che giocando non si metta in luce, richiamando l’attenzione di una grande squadra.
Così, l’anno prossimo, il «nazionale» Kolou avrà una maglia della «Gs Azzurra». Figurati i preti, come sono contenti adesso. E chi lo ferma, il don Bosco, con quel campione del Togo che corre sui campi spelacchiati della periferia?

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