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Il cortocircuito del Patto Ue

Il rifiuto di una sospensione generalizzata del Patto, ribadito dalla presidente Ursula von der Leyen due giorni fa, non è una semplice difesa dell'ortodossia contabile

Il cortocircuito del Patto Ue

La guerra in Iran ha riportato di prepotenza l'energia al centro del sistema: non più variabile tra le altre, ma vincolo dominante che costringe la politica fiscale a uscire dalla logica della prudenza e a misurarsi con la sopravvivenza. È in questo spazio angusto che si muove il governo italiano, con Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti impegnati a strappare a Bruxelles margini che, più che discrezionali, appaiono ormai obbligati. Si chiamino scostamento di bilancio o clausola di salvaguardia nazionale, poco cambia: senza deficit aggiuntivo, l'urto dei prezzi si trasferirà integralmente su imprese e famiglie, e quindi sulla capacità di crescita dell'Italia. Naturalmente i precedenti pesano. Ben sappiamo che ogni deviazione oggi è un vincolo domani: inflazione, debito, credibilità. D'altro canto, non esistono pasti gratis, c'è sempre qualcuno che paga. E nell'immediato non si vedono alternative che possano produrre risultati con la stessa rapidità (parlare oggi di spending review vuol dire essere sulla luna). Rinviare significherebbe lasciare che sia il mercato, da solo, a selezionare i sopravvissuti. Intervenire, invece, significa comprare tempo. E il tempo, in certi frangenti economici, è spesso la risorsa più scarsa.

Ciò posto, c'è un equivoco di fondo, nel dibattito europeo sulla sospensione del Patto di Stabilità, che andrebbe esplorato. Continuiamo a trattare questo Patto come un tema di contabilità pubblica, quando in realtà è diventato, nei fatti, uno strumento di politica industriale travestito. E, più precisamente, uno strumento di politica energetica indiretta. Oggi il vincolo fiscale non determina soltanto quanto uno Stato può spendere, ma quanto può proteggere il proprio sistema produttivo dallo shock dei prezzi energetici. Il risultato è che la disciplina di bilancio, nata per evitare derive nei conti pubblici dei veri Stati, sta finendo per riscrivere la geografia economica dell'Unione. Con una differenza decisiva: non tutti i Paesi aderenti partono dalla stessa posizione. E non tutti hanno le stesse risorse per reagire.

I numeri, aggiornati al 2024 e resi comparabili dal lavoro del think tank Bruegel, aiutano a capire la portata del problema, non senza precisare che la guerra in Iran ha fortemente peggiorato le disparità. Un esempio su tutti: tra il 2021 e il 2024 la Germania ha mobilitato oltre 260 miliardi di euro per sostenere famiglie e imprese contro il caro energia, pari a circa il 6% del proprio Pil, concentrati soprattutto nel biennio 20222023; l'Italia, nello stesso arco temporale, si è attestata intorno a 130-140 miliardi, con un debito pubblico vicino al 140% del Pil e margini di manovra inevitabilmente più stretti. Tradotto: a parità di mercato unico, le imprese non competono più ad armi pari. Non perché siano meno efficienti, ma perché operano con un costo dell'energia strutturalmente diverso, mitigato in modo diseguale dagli interventi pubblici. Il Patto di Stabilità, in questo contesto, smette di essere neutrale: diventa il filtro che decide chi può compensare lo shock e chi deve subirlo.

Il punto, allora, non è più - o non soltanto - la contrapposizione rituale tra rigore e flessibilità. Il rifiuto di una sospensione generalizzata del Patto, ribadito dalla presidente Ursula von der Leyen due giorni fa, non è una semplice difesa dell'ortodossia contabile. È una scelta politica che mira a evitare una mutualizzazione implicita dei costi energetici e a impedire che modelli economici divergenti trovino legittimazione attraverso la spesa pubblica. In questa chiave, la posizione della Commissione Ue non difende il rigore in sé, ma una certa idea di convergenza: forzata, asimmetrica e, nel breve periodo, inevitabilmente squilibrante. Si tiene insieme il quadro delle regole, anche a costo di accentuare le differenze reali.

Di qui discende una conseguenza che viene ancora raccontata con categorie vecchie. Non è un'Europa a due velocità quella che si sta delineando, ma un'Europa a due costi marginali dell'energia. È una distinzione più sottile, ma molto più pericolosa. Perché il costo dell'energia entra in ogni catena del valore: dall'acciaio alla chimica, dalla ceramica all'agroalimentare. Se un sistema industriale paga stabilmente l'energia il 20 o il 30% in meno, non serve svalutare la moneta o comprimere i salari: la competitività è già incorporata nel sistema. E questo squilibrio tende a diventare permanente, perché attira investimenti dove il costo è più basso e svuota progressivamente le aree più esposte. Non è una divergenza ciclica, è una frattura strutturale.

Il rischio, a questo punto, non è quello - spesso evocato - di una rottura improvvisa dell'Unione. Non ci sarà nessuno strappo teatrale. Il rischio vero è una disintegrazione silenziosa: delocalizzazioni interne, politiche nazionali sempre più divergenti, interpretazioni creative delle regole comuni. Un mercato unico che continua a esistere formalmente, ma che perde progressivamente coerenza economica. Le imprese si spostano dove conviene, gli Stati difendono come possono i propri interessi, le regole restano sulla carta ma vengono piegate nella pratica. È un processo lento, quasi invisibile, ma proprio per questo più difficile da contrastare.

In questo quadro, la domanda che si dovrebbe porre - e che invece resta sullo sfondo - non è se sospendere o meno il Patto di Stabilità, ma se una Unione monetaria possa reggere nel tempo con costi energetici strutturalmente divergenti tra i suoi membri. Perché se la risposta è negativa, allora il problema non è la disciplina fiscale, ma l'architettura stessa del sistema.

Continuare a discutere di decimali di deficit pure necessario se serve ad avere un mercato più favorevole all'Italia - significa intervenire però solo sugli effetti, ignorando la causa. E nel frattempo, pezzo dopo pezzo, l'Europa rischia di scoprire che la sua unità economica non si è spezzata di colpo, ma si è semplicemente consumata. Senza rumore, ma con effetti profondi e difficilmente reversibili.

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