di Borys Budka * Letizia Moratti **
In un momento in cui molte imprese europee vivono la transizione digitale ed ecologica più come un ostacolo che come un’opportunità, il pacchetto di semplificazioni noto come Omnibus I, approvato dal Parlamento europeo lo scorso 13 novembre, rappresenta qualcosa di più di un passaggio tecnico. È un preciso segnale politico. È il tentativo concreto di dire al tessuto produttivo – spesso stremato da obblighi cresciuti più velocemente dei margini – che l’Europa torna ad ascoltarlo.
Per anni la strategia regolatoria dell’Unione europea si è basata sull’accumulo di normative, con nuovi obblighi, nuovi standard, nuovi report. Questo ha confermato la leadership europea in materia di sostenibilità, responsabilità delle imprese e trasparenza nelle catene globali del valore, ma ha anche creato un malessere crescente, soprattutto tra le piccole e medie imprese e le filiere specializzate, cuore industriale di Paesi come l’Italia e la Polonia, oggi al centro dell’attenzione della Commissione Itre.
L’Omnibus I, sostenuto con decisione dal gruppo Ppe, nasce per riportare questo edificio normativo entro una soglia di sostenibilità operativa, non cancellando gli obiettivi, ma rendendoli raggiungibili.
Sul fronte della direttiva europea sulla rendicontazione di sostenibilità, il pacchetto riposiziona l’obbligo su imprese davvero grandi, che abbiano almeno 1750 dipendenti e 450 milioni di fatturato. Una correzione che evita che la trasparenza ambientale, sociale e di governance si trasformi in una barriera competitiva per migliaia di pmi, artigiani e subfornitori. Rendere più snelli i report e facoltativi gli standard specifici per settore significa ridare pragmatismo a uno strumento nato con buone intenzioni, ma spesso diventato un esercizio meramente formale, nonché costoso.
La stessa logica vale per la direttiva europea sulla due diligence nelle catene di fornitura globali, che impone alle imprese controlli su diritti umani, ambiente e condizioni di lavoro presso i propri partner. Portare le soglie a 5mila dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato e concentrarsi sui fornitori diretti riconosce il dato evidente secondo il quale non si può chiedere a un’azienda europea di verificare ogni livello di una filiera che si estende in più continenti. Eliminare l’obbligo dei piani di transizione climatica evita anche l’inutile duplicazione di requisiti già previsti da altre norme.
Lo stesso equilibrio è al centro dell’attuale dibattito sulla legge europea che regola l’intelligenza artificiale, soprattutto per i sistemi classificati come «ad alto rischio». L’obiettivo è proteggere cittadini e lavoratori senza frenare l’innovazione, in particolare quella che nasce da startup, piccole imprese e centri di ricerca.
Non è un caso che Milano, con la sua rete di imprese e università, sarà protagonista anche su questo tema durante la visita degli europarlamentari del Partito Popolare Europeo in programma i prossimi 4 e 5 dicembre.
Adesso la partita passa al confronto tra Parlamento, Commissione e Consiglio. Ed è qui che l’Europa può recuperare credibilità, dimostrando che ambizione normativa e concretezza industriale non sono alternative, ma parti della stessa strategia.
Norme più semplici, proporzionate e misurabili non significa arretrare, ma rendere possibile la transizione ecologica e digitale affidata alle imprese.
Chi produce non chiede scorciatoie, chiede che le regole siano chiare, esigibili, sostenibili. L’Omnibus I è un primo passo.