"Non verseremo più fondi": l'Austria boccia il piano Ue

L'Austria fa muro sui nuovi fondi europei chiesti dalla Commissione. C'entra l'austerità, ma anche la neutralità sull'Ucraina

"Non verseremo più fondi": l'Austria boccia il piano Ue
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La proposta di Ursula von der Leyen di aumentare di 75 miliardi di euro, 66 dei quali a carico degli Stati, il bilancio europeo da qui al 2027 subisce un brusco stop da parte dall'Austria. Il cui governo entra in campo a gamba tesa sull’ampliamento della dotazione finanziaria al fine di sostenere l'Ucraina, gestire la crisi migratoria e potenziare la sovranità tecnologica europea.

Secondo il cancelliere austriaco Karl Nehammer, esponente dei conservatori dell'Ovp, "la priorità prima di richiedere nuove tasse agli Stati membri. Sarebbe bene che la Commissione Ue presentasse come vuole ricollocare e poi vedremo". Nehammer ha parlato alla radio pubblica austriaca "Oe1-Morgenjournal" e dato conto del fatto che ben 480 miliardi di euro del bilancio europeo sono vincolati a voci di spese già erogate e prima di chiedere nuovi investimenti Bruxelles potrebbe aprire alla redistribuzione di quanto già stanziato. L'Austria, contribuente netto, dovrebbe versare in quattro anni 1,6 miliardi di euro in più, circa un quinto della cifra che spetterebbe mettere all'Italia.

Ogni anno Vienna contribuisce nettamente, secondo i dati pre-pandemici, con 1,5 miliardi di euro dal suo bilancio all'Europa e con questa svolta decisa dalla Commissione potrebbe sfiorare i 2 miliardi di euro annui. Il "falco" delle Finanze di Vienna, Magnus Brunner, ha seguito la linea del capo del governo e compagno di partito, incassando anche il sostegno dei Verdi che assieme all'Ovp formano l'insolita coalizione verde-blu che governa l'Austria. "La proposta di bilancio della Commissione non è all'altezza e non funzionerà senza maggiori sforzi da parte degli Stati membri", ha detto la capodelegazione dei Verdi austriaci al Parlamento europeo, Monika Vana.

La mossa di Vienna rilancia l'Austria come capofila dei falchi pro-rigore, come del resto già si era visto nei mesi e negli anni scorsi sull'austerità fiscale, il varo della Recovery and Resilience Facility, il ripristino delle regole contabili europee, la lotta all'inflazione. Tutti campi su cui l'Austria è stata il falco per eccellenza, sia ai tempi dei governi di Sebastian Kurtz che dopo il suo avvicendamento alla guida del Paese con Nehammer. L'austerità fiscale del Paese centroeuropeo è stata paragonabile, nella sua rigidità, solo a quella dell'Olanda di Mark Rutte e degli alleati della Nuova Lega Anseatica, tanto da creare imbarazzi anche alla Germania.

In quest'ottica c'entra di sicuro il timore che i fondi austriaci finiscano a finanziare politiche espansive per economie terze, come quelle mediterranee, ma anche un preciso sotto testo politico: von der Leyen ha chiesto 50 miliardi di euro dei 75 di extra-budget per finanziare il sostegno comunitario all'Ucraina in termini di investimenti e sostegno alla difesa del Paese invaso dalla Federazione Russa. Fumo negli occhi per l'Austria, che se da un lato ha condannato l'invasione e applicato le sanzioni a Mosca dall'altro ha mantenuto una linea di rigidissima neutralità, addirittura superiore a quella della confinante Svizzera. Solo a marzo 2023 Volodymyr Zelensky ha preso parola nell'aula del Parlamento di Vienna, un anno dopo il giro degli emicicli del resto d'Europa, mentre ad aprile 2022 Nehrammer si era recato da Vladimir Putin offrendosi come mediatore.

La posizione dell'Austria è delicata: in primo luogo, con la Russia Vienna deve venire a patti. E il fatto che le importazioni di gas da Mosca siano calate rispetto all'80% della dipendenza totale del 2021 ma restino comunque attorno al 57% dopo un anno di sanzioni non aiuta l'Ovp a giustificare davanti all'opinione pubblica l'idea di spendere risorse per il sostegno all'Ucraina.

Dato che le modifiche al bilancio Ue proposte dalla Commissione devono essere votate dal Consiglio europeo, cioé dai capi di Stato e di governo, all'unanimità l'opposizione di Nehrammer per motivi tanto complessi è tutto fuorché secondaria. E fa partire in salita la battaglia per la triplice strategia europea che Ursula von der Leyen vuole sviluppare con gli extra-budget da qui al 2027. Rischiando di farla tramontare sul nascere.

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