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Le famiglie perfette vanno in tilt come gli algoritmi

Nella Danimarca rurale di inizio '900 e nell'America tecnologica di oggi, in due coppie si insinua l'ignoto

Le famiglie perfette vanno in tilt come gli algoritmi

Il paradiso si perde in un attimo. Un momento prima tutto è come nel migliore dei sogni e in quello successivo nulla sembra più funzionare, e la concatenazione degli eventi, in precedenza così ben oliata, pare indirizzata inesorabilmente verso il disastro. È questione di secondi: la superficie si incrina e da quella minuscola ferita si dirama una crepa che non sappiamo come rimarginare, e allora che cosa ne sarà della nostra vita, di tutto ciò che abbiamo costruito e inseguito e immaginato, di quello che abbiamo desiderato e realizzato? E ancora, in virtù del ribaltamento avvenuto, ciò che apparentemente era così perfetto perde valore e significato oppure permane ancora, da qualche parte, in un suo nocciolo di verità, e da questa base di verità può essere riportato a esistere, seppure in modo diverso?

Queste sono fra le domande che pongono due opere assai diverse fra loro per origine, epoca e ambientazione, entrambe da poco nelle librerie italiane. La prima è L'ospite regale (Iperborea) di Henrik Pontoppidan, scrittore danese vissuto a cavallo di Otto e Novecento, Nobel per la letteratura nel 1917: si tratta di una novella di poco più di cento pagine che racconta una singola serata che sconvolge la vita di una coppia nella brughiera dello Jylland ai primi del '900. Il libro uscì nel 1908, la famiglia protagonista è quella di un rispettabile dottore in un paesino dove l'unica altra autorità è quella religiosa del pastore e dove Emmy, Arnold e i loro tre figli incarnano l'esistenza perfetta, anche dopo sei anni di matrimonio e di isolamento nella campagna.

Il secondo è Colpevolezza (edizioni e/o) di Bruce Holsinger, autore americano contemporaneo: un romanzo di quattrocento pagine in cui un incidente stradale stravolge l'esistenza dei Cassidy-Shaw, anche loro in cinque, il padre Noah avvocato senza troppe ambizioni, la madre Lorelei un genio nell'ambito dell'Intelligenza artificiale, e poi i tre figli Charlie, Alice e Izzy, un'immagine classica di famiglia wasp che nulla può mandare in pezzi. Senonché l'automobile, comandata da un sistema di Ia avanzatissimo, distrugge la macchina di una coppia di anziani, uccidendoli, e alla guida c'è il diciassettenne Charlie, promessa del lacrosse che dovrebbe entrare a North Carolina con una borsa di studio. Nelle parole di Noah, che è la voce narrante: "Prima che Charlie afferrasse il volante, prima dell'impatto, prima che la macchina si ribaltasse e andasse fuori strada, la nostra famiglia lavorava tutta insieme come un delicato macchinario, come un algoritmo - fin quando quell'algoritmo ci ha traditi, e il minivan si è schiantato contro un'altra auto".

Ecco invece la visione di Arnold, il dottore, al ritorno da una visita: "Vedere casa sua non gli procurava, questa volta, nessun dolce spumeggiare di felicità dentro di sé. Il suo paradiso era sprofondato e al suo posto c'era quel triste ammasso di edifici sulla pianura battuta dal vento: un frammento di realtà messa a nudo, così intimamente squallido e miserabile, ma anche così solenne nella sua selvaggia nudità". In quella casa innocente, la notte di Carnevale è stato accolto un uomo che sostiene di essere un principe e organizza una festa su due piedi, suonando il pianoforte e riempiendo di decorazioni il salotto, e trattando la bella Emmy come una regina... E ciò che segue, la gelosia di Arnold, il turbamento di Emmy, la scomparsa repentina del presunto principe, insinua il dubbio che l'innocenza fosse solo una patina, e che già racchiudesse in sé un germe corrosivo, come nei versi della canzone intonata dall'affascinante sconosciuto: "La canzone parlava di un dio delle fiabe che si aggirava mascherato per il mondo, avvolto in un manto da buffone, risvegliando cupidi insonnoliti e satiri malinconici e facendoli uscire dai tetri solai e dalle oscure cantine dove la noia della vita quotidiana li aveva sospinti e dove erano rimasti ad ammuffire". C'è anche l'occasione, in questo sollevare il velo di maya della perfezione, di approfondire la realtà e le relazioni, ma questo può avvenire solo al prezzo della sicurezza perduta: l'amore ingenuo di Emmy, la garanzia del futuro impeccabile di Charlie, il decoro di Arnold, la stabilità di Lorelei (che soffre di disturbo ossessivo e mania di controllo) e insomma tutte le certezze domestiche nel momento in cui si scontrano con l'imprevisto e la realtà e, come quando un algoritmo si inceppa, mandano in tilt il sistema intero.

E c'è anche una malinconia, che è quella della distanza, dell'alterità radicale che abita sempre e comunque l'amore: la "black box", la scatola nera, che non è solo quella dell'Intelligenza artificiale che guida il minivan dei Cassidy-Shaw e che forse ha causato l'incidente ma anche l'anima, per Noah quella, spesso imperscrutabile, di Lorelei. Per lei, nelle sue riflessioni sull'etica dell'Ia, diventa una chiave di volta per interpretare la nostra responsabilità e la nostra libertà rispetto a questi strumenti sempre più potenti: "La black box incarna dunque l'indecifrabilità dell'Ia in molte delle sue forme attuali. In questo senso, rappresenta un presagio di un futuro di inconoscibilità potenzialmente spaventoso. In una black box, viaggiamo tutti alla cieca". Forse in questo abbiamo creato le macchine un po' simili a noi.

Del resto, se i segreti e le incomprensioni che possono sorgere in una famiglia nell'America ipertecnologica del XXI secolo risuonano già nei silenzi immensi della Danimarca rurale di cento anni fa, significa che in questa scatola nera c'è ancora molto che possiamo goderci.

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