Il tumore alle ovaie si caratterizza per la progressione estremamente rapida, tuttavia la ragione biologica di questa velocità è sempre stata poco chiara. Ora gli scienziati dell’Università di Nagoya hanno fatto luce su questo mistero.
Lo studio, pubblicato su “Science Advances”, ha mostrato che le cellule neoplastiche non agiscono da sole. Si avvalgono, invece, dell’aiuto delle cellule mesoteliali che normalmente fungono da rivestimento protettivo all’interno della cavità addominale.
Esse, muovendosi davanti alle cellule cancerose, creano per queste ultime dei percorsi appositi che percorreranno in un secondo momento. Insieme formano dunque cluster cellulari ibridi più resistenti alla chemioterapia.
Il killer silenzioso
Il tumore alle ovaie è una neoplasia maligna che scaturisce dalla proliferazione incontrollata di una delle diverse cellule costituenti i vari tessuti ovarici. La percentuale di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è di circa il 43%.
Tra i fattori di rischio vi è l’età (la maggior parte dei casi viene identificata tra i 50 e i 69 anni), ma è bene prestare attenzione anche alla nulliparità, all’obesità, al menarca precoce, alla menopausa tardiva e alla mutazione dei geni BRCA1 e BRCA2.
Il cancro ovarico viene definito killer silenzioso poiché non dà sintomi nelle fasi iniziali. Tre sono tuttavia i campanelli d’allarme che possono essere indicatori precoci della presenza della malattia: addome gonfio, meteorismo e frequente necessità di urinare.
Le cellule tumorali formano gruppi ibridi nel liquido addominale
Per condurre il loro studio gli scienziati hanno analizzato il liquido addominale di pazienti con cancro ovarico. Dall’indagine è emerso che le cellule tumorali spesso si attaccavano a cellule mesoteliali, dando così origine a sfere cellulari miste e compatte.
Le cellule neoplastiche rilasciano una molecola di segnalazione nota come TGF-Beta1 che altera le cellule mesoteliali. In risposta queste ultime sviluppano protrusioni affilate simili a spuntoni capaci di tagliare i tessuti circostanti.
Come il cancro si muove attraverso l’addome
Con la crescita del tumore alle ovaie, alcune cellule si staccano dalla neoplasia principale ed entrano nel liquido presente nell’addome. Poiché questo fluido è in costante movimento, le cellule cancerose vengono trasportate in molte aree della cavità addominale.
Tale metodo di diffusione differisce da quello di molti altri tipi di cancro. Nel tumore al seno o in quello ai polmoni, ad esempio, le cellule malate viaggiano attraverso il flusso sanguigno verso organi distanti.
Ecco perché talvolta queste patologie possono essere monitorate con appositi esami del sangue. Invece le cellule neoplastiche ovariche bypassano i vasi sanguigni e fluttuano in maniera imprevedibile nel liquido addominale.
Come il cancro diventa invasivo
Il team ha scoperto che durante questa fase fluttuante, le cellule tumorali ovariche reclutano in maniera attiva le cellule mesoteliali che si sono staccate naturalmente dal rivestimento addominale.
Una volta uniti, i due tipi di cellule formano sfere ibride. Le cellule mesoteliali, sotto l’influenza della proteina TGF-Beta1, producono così degli invadopodi, ovvero strutture simili a spuntoni che perforano i tessuti vicini.
Le sfere rappresentano una minaccia. Infatti, quando raggiungono un organo, invadono i tessuti in maniera più rapida e resistono ai farmaci chemioterapici più efficacemente rispetto alle sole cellule cancerose.
Nuove opportunità di trattamento
Lo studio è fondamentale per la messa a punto di nuovi potenziali approcci per il trattamento del tumore alle ovaie. I farmaci chemioterapici attuali si concentrano solo sulla distruzione delle cellule malate e non prendono in considerazione quelle mesoteliali.
Le terapie future, invece, potrebbero bloccare il segnale della proteina TGF-Beta1 o prevenire la formazione di queste dannose associazioni cellulari. Sono ora necessari ulteriori approfondimenti.
La ricerca suggerisce, altresì, un nuovo modo per
monitorare la patologia. Focalizzare l’attenzione sui cluster cellulari ibridi nel liquido addominale, potrebbe aiutare i medici a prevedere la progressione del cancro e la risposta delle pazienti alla cura.