Demolire il palazzo costruito in via Fauché 9: è l'ordine emesso dal Comune, il primo di questo genere in uno dei tanti casi nell'urbanistica cittadina finiti al centro delle inchieste della Procura per presunti abusi e violazioni edilizi.
Il processo penale su via Fauché è in corso. Il palazzo, già arrivato al secondo piano di costruzione, fa parte di un progetto partito nell'ottobre del 2022 per realizzare, con una semplice Scia per ristrutturazione edilizia e all'interno di un cortile, una palazzina di tre piani di cui due fuori terra dopo la demolizione di un preesistente laboratorio-deposito più basso e meno voluminoso. La notizia dell'atto inedito nel caos urbanistico è riportata da Lapresse. Sarebbe la conseguenza diretta - e concreta - di una recente sentenza del Consiglio di Stato. E potrebbe aprire la strada ad altri provvedimenti simili. Il 4 novembre scorso il massimo organo della giustizia amministrativa ha confermato la sentenza del Tar della Lombardia dell'estate 2024 e stabilito che, nonostante le leggi degli ultimi 13 anni (2013-2020-2022) abbiano notevolmente allargato il concetto di "ristrutturazione edilizia", la demolizione con ricostruzione di un nuovo edificio può essere classificata tale solo se è garantita la "unicità dell'immobile interessato dall'intervento", la "contestualità" fra demolizione e ricostruzione e l'utilizzo della "volumetria preesistente" senza ulteriori "trasformazioni della morfologia del territorio". Il "superamento di uno solo di questi limiti" comporta la qualifica di "nuova costruzione" e quindi richiede un livello più elevato di oneri di urbanizzazione e di dotazioni di servizi pubblici sull'area. La sentenza ha accolto le argomentazioni dell'avvocata Wanda Mastrojanni, che rappresenta il condominio tra via Fauché 9-11 e via Castelvetro 16-18-20, adiacente al progetto in costruzione e che è parte civile nel processo.
Ora si apre però un giallo sull'esecuzione della demolizione: non si tratterà, infatti, di radere al suolo il nuovo edificio spuntato nel cortile, esattamente come successo in piazza Aspromonte, da cui è partito il primo filone della maxi inchiesta sull'urbanistica, e che ora rischia potenzialmente di fare la stessa fine, ma di abbatterne solo una parte. Ecco, quindi, che il concetto di ristrutturazione che maschera nella realtà una demolizione e ricostruzione, diventa un caso scuola che rischia di fare da apripista ad altre sentenze. Una situazione schizofrenica però dal momento che un'altra sentenza del Consiglio di Stato su via Anfiteatro arriva a una conclusione opposta, dando "ragione" al Comune e al costruttore. Qui si dice in sostanza che la Scia non era il titolo corretto per l'intervento, che avrebbe invece richiesto un permesso di costruire.
Il problema ora, che esula dalle competenze dell'amministrazione, è capire in quali parti l'edificio vada demolito perché l'obiettivo finale della sentenza del Consiglio di Stato sembra essere il ripristino dell'esistente. Da capire chi dovrà decidere dove e quanto abbattere. Ora il privato ha 90 giorni di tempo per eseguire la demolizione. In caso alternativo sta al Comune farlo, al posto del privato, su cui si potrà rivalere per i costi confiscando l'edificio o mettendo all'asta il terreno. La sentenza apre una crepa nella politica milanese, politica che anche a livello nazionale non è riuscita a sbrogliare la matassa dello stallo dell'urbanistica. "Mai come adesso pare evidente l'assenza più totale di una visione politica - attacca il capogruppo di FdI Riccardo Truppo -. Soprattutto sull'urbanistica. L'ordine di abbattimento segna un punto di non ritorno.
Chiederemo un Consiglio comunale straordinario per chiedere cosa si intenda fare nell'assenza di un assessore all'Urbanistica caso per caso, cantiere per cantiere. Lo si deve ai cittadini e alle Famiglie sospese" che oggi incontrano la vicesindaco con delega all'Urbanistica Anna Scavuzzo.