Feltri ha agito come la Cederna ma Leone era innocente, Boffo no

DOPPIOPESISMO Oggi tutti firmano appelli per la libertà di stampa, ma sono a senso unico

Feltri ha agito come la Cederna ma Leone era innocente, Boffo no

Molti lettori, anche scandalizzati e non solo di sinistra, dalla guerra di parole nella quale è caduto Dino Boffo forse non hanno riflettuto a una strana coincidenza che, in anni ormai lontani, ha prodotto un analogo effetto. Una campagna giornalistica, riuscita, ha fatto una vittima illustre, nel plauso generale. Oggi Feltri viene guardato come il killer del povero direttore dell’Avvenire, al quale giungono attestati di stima e solidarietà per «l'attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce che è stato sferrato» contro Boffo dal quotidiano il Giornale guidato da Feltri e Sallusti. Presto gli stessi duecento o trecentomila che hanno firmato l'appello di Cordero, Rodotà, Zagrebelsky per la libertà di stampa e di opinione contro le cause di Berlusconi a Repubblica e l'Unità, firmeranno un appello contro Feltri per il vile attacco a Boffo. Dunque la libertà di stampa vale solo da una parte. Ma è proprio grazie alle firme di tanti intellettuali a sostegno di un articolo diffamatorio di Camilla Cederna che alcuni facinorosi credettero di avere una legittimazione etica e politica per uccidere Calabresi.
Quando troppi firmano, è giusto avere sospetti. Le campagne pro o contro non obbediscono alla ragione, ma alla emotività che crea mostri. Così la stessa Cederna iniziò una campagna di stampa contro il presidente della Repubblica Giovanni Leone, un obiettivo più grosso di Boffo. E, con il sostegno degli stessi che avevano demonizzato Calabresi, ne ottenne le dimissioni. Nessuno spese una parola per difendere Leone, neppure i compagni di partito, tanto meno la Chiesa. Leone fu abbandonato, e la Cederna innalzata. Oggi accade il contrario. Tutti sono con Boffo, che, pur nella comprensibile sofferenza, può scrivere: «Devo dire invece che non potrò mai dimenticare, nella mia vita, la coralità con cui la Chiesa è scesa in campo per difendermi. Mai - devo dire - ho sentito venir meno la fiducia dei miei superiori, della Cei, come della Santa Sede».
Non manca di colpirci questo reverente riferimento ai «Superiori», nella accettazione, da parte di Boffo, di una gerarchia che nella clemenza come nella severità, decide e governa il destino di un uomo. Il quale, vittima, evidentemente non solo di Feltri, ma anche di quanti, nella gerarchia ecclesiastica, gli hanno rese inevitabili le dimissioni, comunque li giustifica: «Se qualche vanesio irresponsabile ha parlato a vanvera, questo non può gettare alcun dubbio sulle intenzioni dei Superiori che mi si sono rivelate sempre esplicite e, dunque, indubitabili». E ancora: «Ma anche qui non posso mancare di interrogarmi: io sono, da una vita, abituato a servire, non certo a essere coccolato, ancor meno garantito. La Chiesa ha altro da fare che difendere a oltranza una persona per quanto gratuitamente bersagliata».
Ineffabile questo Boffo! Vittima di «un attacco sconsiderato e barbarico»: il «Boffo espiatorio» come lo definisce il Riformista. Ma espiatorio di che? Qui il problema è uno solo. Le cose che ha detto Feltri sono vere? La condanna c'è stata? La nota informativa inviata ai vescovi, sia pure riservata e informale corrispondeva al vero? Ed è possibile che il direttore del quotidiano dei vescovi conduca una battaglia sui costumi sessuali del presidente del Consiglio o contro le istanze del mondo gay, avendo una condotta di vita personale che contraddice quelle posizioni? Feltri non ha nulla di omofobo, non ha fatto guerra a Alfredo Signorini, direttore di Chi, e non avrebbe fatto guerra a Boffo, direttore di Panorama o di Oggi, ma ha solo evidenziato l'insanabile contraddizione del direttore dell’Avvenire. Anche a vantaggio della Chiesa. Perché se la Chiesa garantisce Boffo, deve rivedere la sua posizione sul mondo gay.
Ma la differenza tra Feltri e la Cederna non è nel fatto che una sia stata innalzata e l'altro vituperato per la stessa azione giornalistica. Ma che Leone era innocente e Boffo, nei limiti della condanna per molestie, con ciò che l'ha originata, colpevole. Un presidente della Repubblica infamato, diffamato, anche soprattutto con riferimenti alla sua vita privata è costretto a dimettersi e la giornalista mendace ottiene universale plauso. Il direttore dell’Avvenire, con la copertura dei vescovi, agisce in contrasto con i principi e i valori morali indicati dalla Chiesa, e per questo è costretto a dimettersi, ma la colpa è di Feltri. Il giornalista è colpevole soltanto se non dice la verità, se tradisce o altera i fatti in nome di una battaglia ideologica. Ma che ragione ha Feltri di attaccare Boffo, di mettersi in contrasto con le gerarchie ecclesiastiche se non perché Boffo è il direttore dell'Avvenire?
I fatti, e soltanto i fatti, fanno emergere la contraddizione. E per sapere se Boffo ha manifestato inclinazioni o comportamenti omosessuali non occorrono prove, o condanne giudiziarie, ma basta la vox populi. Che indica non una colpa, ma una condizione, perfettamente lecita per un radicale, per un liberale, per il direttore di Chi, perfino per il direttore del Giornale, ma non per il direttore del giornale dei vescovi che risponde alla Chiesa per la quale l'omosessualità è malattia e comunque peccato.
Che da questa vicenda esca una Chiesa più tollerante e comprensiva verso il mondo gay potrebbe essere l'effetto imprevisto dell'inchiesta di Feltri. Ma le dimissioni di Boffo indicano il contrario. Non sembrano un gesto spontaneo, ma una decisione inevitabile, anche se non desiderata, conseguente allo svelamento della verità. Non ci sarebbe stata ragione di dimettersi se Boffo avesse potuto provare che non la condanna, dimostrata, ma il suo retroscena, erano pura maldicenza, pettegolezzi, come quelli della Cederna su Leone. E la Chiesa, come sembra aver voluto dimostrare, avrebbe semplicemente difeso una vittima, un innocente. Certo non è colpa essere gay, ma per la Chiesa è peccato.
Boffo, disarmato, ma non indifeso, afferma: «La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria». Ma chi l'ha fatta quella violenza? Feltri o lo stesso Boffo con la sua condotta? In particolare, la famiglia di Boffo è vittima di Feltri, o dei comportamenti di Boffo?

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