Da decenni Farah Diba Pahlavi (87 anni), moglie dell’ultimo shah d’Iran Mohammed Reza Pahlavi, vive in esilio, nella speranza che la sua terra riesca a uscire dal perenne crepuscolo del regime degli ayatollah e a vedere un’alba di libertà e democrazia. Oggi quella speranza sembrerebbe più concreta. Il momento del riscatto potrebbe essere più vicino. Dal 28 dicembre 2025, infatti, i cittadini iraniani sono di nuovo scesi in strada per protestare non solo a causa della crisi economica che il Paese sta attraversando, ma soprattutto contro il governo della Repubblica Islamica. Le nuove manifestazioni, dicono gli analisti politici, potrebbero essere diverse da quelle avvenute nel passato, forse in grado di rovesciare il regime. Farah Diba, ultima imperatrice d’Iran e suo figlio, Reza Pahlavi, sostengono i manifestanti e si dichiarano pronti a tornare a Teheran per guidare la nazione verso un nuovo futuro.
Il messaggio dell’ultima imperatrice d’Iran
“…Il vostro messaggio è troppo forte per essere messo a tacere”, ha dichiarato Farah Diba Pahlavi, vedova dell’ultimo shah d’Iran Mohammed Reza Pahlavi, in un discorso pubblicato sul suo profilo Instagram. La “shahbanu”, ovvero l’imperatrice, si è rivolta direttamente ai manifestanti che in queste ultime settimane stanno infiammando l’Iran con l’obiettivo di far crollare il regime oggi sotto l’autorità della guida suprema Ali Khamenei. Farah Diba, che oggi vive a Parigi, ha aspramente criticato la scelta, attuata dal governo iraniano lo scorso 8 gennaio, di oscurare Internet per impedire la divulgazione di informazioni e di immagini delle manifestazioni: “Credo che, prima o poi, le scene epiche delle vostre proteste attraverseranno il muro della censura e il mondo osserverà, con stupore e ammirazione, la reale portata di ciò che avete fatto in questi giorni”. Infine Farah Pahlavi ha esortato il popolo a sperare e, nello stesso tempo, a prendersi la responsabilità dell’avvenire del Paese: “…Sappiate che la narrazione di questi giorni…resterà nelle pagine di Storia…Tenete viva la speranza…Presto celebrerete la libertà…e la luce trionferà sulle tenebre”.
“Una luce splendente”
Non è la prima volta che Farah Diba Pahlavi cerca di infondere coraggio al popolo iraniano. In questi ultimi giorni, però, la frequenza dei suoi messaggi pubblici si è intensificata. Tra questi molto toccante è stato il video pubblicato su X lo scorso 11 gennaio, in cui la “shahbanu” ha affermato: “Ogni notte buia si conclude con una luce splendente…l’Iran risorgerà dalle sue ceneri”. Farah non è da sola nella sua lotta. Accanto a lei c’è suo figlio, Reza Pahlavi, il primogenito dell’ultimo shah. “I manifestanti intonano il mio nome nelle città di tutto l’Iran”, ha detto l’erede al trono del Pavone, citato dal Daily Mail. “È una grande responsabilità, quella che mi stanno affidando. È una responsabilità che accetto”. Reza Pahlavi ha aggiunto di voler guidare l’Iran nella fase di transizione dal regime alla democrazia: “Unirò le forze democratiche d’Iran, i monarchici, i repubblicani, gli attivisti laici e religiosi, i civili e i membri delle forze armate che vogliono vedere l’Iran di nuovo stabile”. Secondo il principe “la Repubblica è vicina al collasso. Questo è il nostro momento Muro di Berlino. Abbiamo un’opportunità d’oro per cambiare”.
Farah e Reza Pahlavi
Le parole di Farah e Reza Pahlavi sono forti, ma non è affatto detto che si tradurranno in realtà. Ammesso che il governo degli ayatollah imploda sotto il peso delle proteste, non è scontato che i Pahlavi vengano riaccolti in Iran a braccia aperte e tantomeno che venga loro affidato un ruolo nel nuovo ordine nazionale. La dinastia, però, ha scritto una pagina fondamentale nella Storia del Paese. Farah Diba, in particolare, ha assistito alla caduta dello shah, ha condiviso con lui gli anni dell’esilio e la paura. Forse né la “shahbanu”, né suo figlio traghetteranno l’Iran in una nuova era. In ogni caso, però, i loro nomi e le loro vite sono imprescindibili per la nazione e a questa restano legati in maniera indissolubile.
Un’educazione “moderna”
Farah Diba nacque a Teheran il 14 ottobre 1938, in una famiglia benestante. Frequentò la scuola italiana della capitale e a tal proposito ha dichiarato in un’intervista al Corriere.it: “…Quando ero molto piccola frequentai per un paio d’anni la scuola italiana, credo gestita da suore italiane e gesuiti, prima di passare alla scuola francese Jeanne D’Arc”. L’imperatrice ha ammesso di non ricordare l’italiano, puntualizzando che in quella scuola venivano insegnati “il francese e il persiano”. In più la Farah aveva la possibilità di esercitarsi al pianoforte del collegio. Ricordando la sua infanzia ha rivelato: “Sono stata fortunata. Sono cresciuta in un mondo moderno: mia madre, più di sessant’anni fa, mi fece fare la scout, praticare nuoto, giocare a basket”. Nel 1957 la futura imperatrice si iscrisse all’École Spéciale d’Architecture a Parigi. Due anni dopo il suo destino cambiò improvvisamente.
Una corona di due chilogrammi
Nel 1959, nell’ambasciata iraniana di Parigi, lo shah Mohammed Reza Pahlavi incontrò per la prima volta Farah Diba. All’epoca, infatti, gli studenti iraniani avevano la possibilità di studiare all’estero grazie alle borse di studio concesse dallo Stato, puntualizza Agi.it. L’imperatore aveva l’abitudine di incontrare delle delegazioni di questi giovani all’estero. Quando Farah tornò in Iran, nell’estate di quell’anno, lo shah iniziò a corteggiarla. Il fidanzamento venne annunciato il 23 novembre 1959 e il matrimonio avvenne il successivo 21 dicembre. Per l’occasione Farah indossò un abito di seta di Dior, disegnato da Yves Saint Laurent e una corona di diamanti dal peso di due chilogrammi.
Una dinastia in pericolo
Per Mohammed Reza Pahlavi quelle nozze erano un’ancora di salvezza: la sua dinastia, fondata nel 1925, rischiava di estinguersi, lasciando un vuoto di potere. L’imperatore, infatti, non aveva avuto eredi maschi dai suoi precedenti matrimoni. Nel 1958 aveva ripudiato la seconda moglie, Soraya, sposata nel 1951, da cui non aveva avuto figli. Nel 1948, invece, aveva divorziato dalla prima consorte, la principessa Fawzia d’Egitto, sposata nel 1939. Mohammed e Fawzia avevano avuto una figlia, Shahnaz, ma la loro unione non era mai stata felice, La prima imperatrice considerava la corte iraniana un ambiente soffocante e pieno di intrighi, dove sarebbe stato quasi impossibile vivere.
I figli e l’esilio
Mohammed e Farah ebbero quattro figli: il principe Reza Pahlavi, nato nel 1960, la principessa Farahnaz Pahlavi, nata nel 1963, il principe Ali Reza Pahlavi, nato nel 1966 e la principessa Leila Pahlavi, venuta alla luce nel 1970. Il 16 gennaio 1979, allo scoppio della Rivoluzione iraniana, travolti dalle accuse di corruzione e repressione, Mohammed, Farah e la loro famiglia presero la via dell’esilio. Viaggiarono in Egitto, in Marocco, alle Bahamas, negli Stati Uniti, in Messico e a Panama, ricorda ancora Agi.it. Infine lo shah deposto si trasferì di nuovo in Egitto, al Cairo, dove morì di cancro il 27 luglio 1980. Questi non furono gli unici dolori che Farah dovette sopportare. La figlia Leila morì suicida il 10 giugno 2001. Stando alle indagini la principessa avrebbe sofferto di depressione e si sarebbe tolta la vita con una dose eccessiva di farmaci, come riporta il secolo XIX. Stessa sorte per Ali Reza, che il 4 gennaio 2011 si sarebbe sparato nella sua casa di Boston.
L’erede al trono del Pavone
L’attuale erede della dinastia dello shah Mohammed è Reza Pahlavi. Come riporta il sito di RaiNews lo scorso giugno il principe ha assicurato che la sua famiglia non auspica un ritorno della monarchia in Iran. Qualora cadesse il regime degli ayatollah, i Pahlavi non faranno nulla per riconquistare il potere perso nel 1979. Farah Diba ha detto al Corriere.it di “sognare…una democrazia laica”, mentre suo figlio, sempre la scorsa estate ha chiarito di essere pronto esclusivamente a garantire la transizione democratica, in attesa di future, libere elezioni. Tuttavia il 6 gennaio 2026 il 65enne Reza ha chiesto al popolo, come scrive ancora RaiNews, di “intonare un richiamo allo shah”. Fatto, questo, che rende più controversa la sua posizione e la sua stessa immagine. Sia in patria, sia tra gli iraniani all’estero c’è chi lo considera il simbolo della nazione e chi, invece, lo vede come uno straniero che non conoscerebbe bene né la Storia, né la lingua del suo Paese. A complicare le cose ci sarebbero i presunti legami di Reza Pahlavi con Israele, che lo renderebbero inviso a una parte del popolo iraniano. Senza contare che per alcuni il principe potrebbe diventare, o sarebbe già, una specie di burattino nelle mani delle grandi potenze occidentali e un eventuale esecutivo da lui formato, seppur di transizione, rischierebbe di essere niente altro che un governo fantoccio.
Vita in esilio
Reza Pahlavi avrebbe trascorso una giovinezza dorata, sebbene in esilio. Arrivò negli Stati Uniti quando aveva solo 19 anni. Si laureò in Scienze Politiche alla University of Southern California nel 1985, scrive l'Enciclopedia Britannica. È diventato pilota di caccia dopo aver completato il United States Air Force Training Program, riporta la biografia sul sito ufficiale del principe. Oggi, riporta il Daily Mail, Reza vive a Washington D.C. con la moglie Yasmine, sposata nel 1986 e le tre figlie in una casa in stile georgiano con sette stanze e piscina. È appassionato di calcio, come ha raccontato sua madre al Corriere.it e non ha mai perso la speranza di tornare in Iran. Nel 2017, citato da The Times of Israel, dichiarò: “Ora il mio obiettivo è liberare l’Iran e troverò tutti i mezzi possibili, senza compromettere gli interessi e l’indipendenza nazionali, con chiunque sia disposto ad aiutarci, che siano gli Stati Uniti, i sauditi o gli israeliani o chiunque altro”.
Cosa accadrà?
“Morte al dittatore”, “Khamenei sarà rovesciato”, “Pahlavi sta tornando”. Questi sono alcuni degli slogan dei manifestanti in Iran. Non è ancora chiaro cosa succederà nei prossimi giorni e se davvero Reza Pahlavi diventerà una figura di spicco della protesta e, soprattutto, del possibile nuovo Iran dopo gli ayatollah.
Gli analisti politici non sembrano essere molto ottimisti sul ruolo e sull’influenza del principe. La speranza è che l’Iran ritrovi finalmente la libertà e possa stabilire da sé un nuovo avvenire attraverso elezioni democratiche.