nostro inviato a Sanremo
L'inizio è istituzionale, Carlo Conti, Laura Pausini e Giorgia Cardinaletti a centro palco a dare il via alla finale del 76esimo Festival di Sanremo. Signore e signori, ecco a voi. Il rito è sempre lo stesso, l'emozione stavolta cambia. È una sorta di passaggio di consegne ideale tra il vero erede di Pippo Baudo e il suo successore che è seduto là in mezzo alla platea, Stefano De Martino, che sarà il prossimo conduttore e farà pure il direttore artistico perché, si sa, a questo 36enne di Torre Annunziata, bello atletico e con la battuta pronta, piacciono le sfide, specialmente se sono difficili. Vedremo.
Senza dubbio la serata, didascalica com'è, a parte quando arriva Nino Frassica prima, quasi in apertura, con il "Decalogo del direttore artistico" e poi con le battute di "Novella Bella edizione Sanremo", è più che altro una lunga passerella di cantanti, 30, roba sterminata da Francesco Renga fino a Eddie Brock che arriva poco prima della chiusura del televoto.
Le uniche eccezioni sono l'intervento di Gino Cecchettin, che sale dalla platea nel ricordo della figlia Giulia e di tutte le vittime di femminicidio, e l'arrivo sontuoso di Andrea Bocelli a in sella al Caudillo, il suo cavallo (bianco) preferito, che lo accompagna fino all'ingresso dell'Ariston dove lo attendono la moglie Veronica e Carlo Conti. Sul palco, il tenore dei due mondi canterà poi i "propri" brani sanremesi, ossia Il mare calmo della sera seduto al pianoforte (con il quale vinse le Nuove Proposte nel 1994) e poi il super classico Con te partirò (quarto tra i Big nel 1995).
Una serata scintillante ma accademica, che ha pagato la lunghezza sterminata (il vincitore è stato annunciato intorno alle due) e quella sensazione di inevitabile fine di un'epoca. Il prossimo Sanremo darà per forza un segnale di cambiamento perché è fisiologico a ogni cambio e, soprattutto, perché sia gli ascolti che i dati discografici richiedono un deciso rinnovamento.
Intanto si celebra un'epoca che proprio a Sanremo è sbocciata, quella di Laura Pausini, coconduttrice che al Festival è esplosa 33 anni fa e adesso fa pace con gli haters perché qui ha raccolto quasi esclusivamente critiche positive ("Ho qualche ruga in più ma sono la solita Laura" aveva detto in mattinata). Tocca a lei di cantare un medley di canzoni (In assenza di te/Incancellabile/Invece no) proprio prima che inizino gli annunci dei vincitori, prima quello del Premio della Critica Mia Martini per i Campioni (Fulminacci davanti a Ermal Meta e Levante), poi quello della Sala Stampa Lucio Dalla per radio, tv e web (Serena Brancale) e via elencando.
In poche parole, non una serata spumeggiante come in altre edizioni, se non altro perché sovrastata dalle notizie inquietanti dall'Iran e da Dubai. Non fosse che per questo, si capisce, c'è meno voglia di festeggiare quando alle 2 Carlo Conti invita il vincitore a cantare il proprio brano, ringrazia Pausini, Cardinaletti e Frassica e chiude definitivamente il suo curriculum sanremese.
Sono stati due anni di transizione dopo l'era Amadeus e, per di più, nel bel mezzo di una
delle più colossali transumanze di gusti musicali del tempo recente, uno spostamento di gusti così rapido che sfugge persino agli algoritmi, figurarsi a un Festival unico al mondo ma pur sempre, fortunatamente, fatto a mano.