La guerra colpisce i fondi Esg: quale futuro?

Esg in affanno dopo la guerra in Ucraina. Ma si tratta di un battesimo del fuoco sul mercato che ogni settore deve affrontare

La "botta" della guerra ai fondi Esg

Maggio 2022 sarà ricordato come il primo mese caratterizzato da un ritiro di capitali dai fondi Esg americani: un'uscita non colossale, pari a 2 miliardi di dollari, ma che segna un primo passo e mostra come gli investimenti tarati sull'obiettivo della sostenibilità ambientale, sociale e di governance debbano tenere duro di fronte alla fase per loro problematica creata dalla guerra in Ucraina e dalla volata dei prezzi energetici.

Per l'analista finanziario Mauro Bottarelli, articolista de Il Sussidiario, l'inversione di tendenza di un trend che per molti analisti avrebbe potuto portare a un trentennio di accumulazione di fondi sui prodotti Esg segna un solco: c'è un prima e un dopo per gli Esg in riferimento alla guerra d'Ucraina. "Questo non significa l'abbandono del progetto di transizione ecologica da parte di Governi ed entità sovranazionali come l'Ue con il suo Green New Deal, bensì qualcosa di peggio", nota Bottarelli, secondo cui si avrà "l'addio alla sua finanziarizzazione, l'unica attrattiva reale di mercato in un mondo che sapeva benissimo fin da principio di non poter tagliare i ponti così in fretta con le fonti fossili". Lo scoppio dello scandalo greenwashing nell'impero di Deutsche Bank e, in prospettiva, le dinamiche complesse create dal voto del Parlamento europeo sull'auto elettrica, possono aggiungere ulteriori tensioni a un mercato ancora acerbo. Ma è veramente l'inizio della fine per gli Esg? Bottarelli a nostro avviso non ha torto laddove fa notare che sarà d'ora in poi sempre più difficile finanziarizzare la transizione green ma, al contempo, il mercato Esg è assai più complesso del semplice ricorso a investimenti verdi.

La realtà dei fatti forse è più prosaica e segnala quanto questo sia il momento della verità per gli Esg per darsi delle regole e, soprattutto, dimostrarsi diversi dai prodotti della finanza tradizionale acquisendo una sana vocazione sviluppista. In altre parole, facendo prevalere gli impegni concreti sulla crescita e la società (col vaglio, per esempio, dei clienti in base al rispetto degli standard etici) rispetto alla fame speculativa.

Dopo un decennio di crescita ininterrotta, anche gli Esg si trovano di fronte alla loro prima vera prova di mercato. E in un certo senso il calo di cui l'uscita di capitali dai fondi Usa è un simbolo può salvarli dalla corsa verso una bolla speculativa. Il Sole 24 Ore segnala che nel primo trimestre del 2022 sono calati rispetto all'analogo periodo del 2021 sia gli accessi sul mercato di green bonds strutturati intorno ad uno standard globale di certificazione (-40%) che quelli di debito orientato agli standard Esg da parte di Stati e imprese (-35%). Tutto questo in un contesto che aveva visto, in termini di raccolta, il 2021 chiudere col botto: "1.500 miliardi di dollari di debito sostenibile, un incredibile +90% rispetto al 2020", sottolinea il quotidiano di Viale Sarca.

Tornare su livelli più realistici è chiave per i Fondi Esg per affrontare la fase di alti tassi d'interesse che aspetta, per la prima volta, un mercato sviluppatosi nell'era del denaro facile delle banche centrali. Gli Esg dovranno uscire da questa fase più orientati all'economia reale e più capaci di garantire sponda finanziaria alla transizione energetica e alle politiche aziendali volte a produrre ricadute sociali, mettendo l'accento sulla "sostenibilità" prima ancora che nella "finanza". Nella consapevolezza che sul lungo periodo sarà il green a portare utili, come ha ricordato l'ad di BlackRock Larry Fink. Tutto questo può accadere a patto che sussita pragmatismo. E il pragmatismo insegna che nelle dinamiche di mercato esistono anche le fasi di flessione. Normalità da affrontare in qualsiasi mercato per poter dar prova di stabilità e maturità nel lungo periodo.

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