Finazzer Flory sfida Sgarbi: «La Beic simbolo dell’Expo»

«Fermate quello scempio, quel progetto di inarrivabile bruttezza, quasi peggio dell’Ara Pacis a Roma» che nel vocabolario sgarbiano equivale quasi a un insulto o comunque a un dei peggiori paragoni per un qualsiasi edificio. Vittorio Sgarbi da Salemi, dove è sindaco, ha scagliato il suo anatema contro il progetto della Beic, ovvero Biblioteca Europea di Informazione e Cultura, che dovrebbe sorgere nell’ex scalo ferroviario di Porta Vittoria. E che quasi tutti i milanesi avevano dimenticato. L’occasione le recenti attenzioni rivolte al progetto dal ministro per i Beni culturali Sandro Bondi, che si è impegnato a realizzarlo, e dal titolare alle Infrastrutture Altero Matteoli, che ha annunciato il via libera da Roma.
E se il dibattito nel mondo di critici e intellettuali si infiamma, mettendo in discussione qualità del progetto e opportunità di avere una biblioteca dai numeri importanti, come questa, l’assessore alla Cultura di Palazzo Marino, Massimiliano Finazzer Flory ribalta e rilancia la questione: «fare della Beic il simbolo dell’Expo». «Trovo assolutamente necessario - spiega Finazzer Flory - trasformare l’Expo in qualcosa di concreto, anzi, mi faccio promotore di questa nuova campagna: trasformiamo la Beic nel simbolo di Expo, che diventerà l’esposizione universale della cultura. Di più, mi impegno a promuovere e invitare i soggetti coinvolti nell’opera, i ministri Matteoli, Bondi, Gelmini, il governatore Formigoni, il sindaco Moratti e il coordinatore dei rettori, Enrico Decleva, oltre al presidente della fondazione Beic Antonio Padoa-Schioppa perché si riuniscano attorno a un tavolo per decidere del futuro della Beic, o meglio per far sì che la biblioteca diventi realtà». Lo scoglio sono le difficoltà strutturali che i progetti, risultato di concorsi pongono: «Il problema - continua l’assessore - è che 7 soggetti per un progetto sono troppi e soprattutto manca un responsabile unico dell’opera. Ora che i finanziamenti ci sono, il progetto esecutivo anche, manca solo la volontà politica per realizzare l’opera».
D’accordo su questo punto anche Elio Fiorucci: «Mentre in Europa, in Spagna, per esempio, la gente va a visitare gli aeroporti, veri gioielli di architettura, noi ci troviamo scali orrendi come Malpensa. La gente è stufa di vedere che con i soldi pubblici si realizzano le più brutte opere del mondo. Questo perché manca un responsabile di questi grandi progetti». «Un progetto che ha dieci anni è vecchio - commenta stupito Davide Rampello, presidente della Triennale - le cose hanno senso se si realizzano subito e il Piccolo Teatro di Zanuso dovrebbe averci insegnato qualcosa. Quando fu inaugurato la concezione del teatro era già cambiata, qui rischia di accedere la stessa cosa». Contrario all’opportunità di costruire una biblioteca da 300 milioni di euro Philippe Daverio, che giudica la mastodontica struttura «il punto apicale del pressapochismo italiano». «Per patrimonio librario di Milano - osserva - che ammonta a solo due milioni di volumi, una struttura del genere è ridicola. Non ci sono i soldi per costruirla, figuriamoci se ci saranno per comprare dei libri nuovi».
Ma di carte, finanziamenti e progetti esecutivi i milanesi cosa hanno visto? Un enorme prato ingiallito, tubi e ferri arrugginiti. Il progetto di Peter Wilson, vincitore del concorso internazionale bandito dal comune nel 2001, non aveva trovato i soldi per diventare realtà. Fino a pochi giorni fa.

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