Firenze e la saga dei Della Valle: niente stadio e loro se ne vanno

Era previsto. Eppure c’è qualcosa di strano nelle dimissioni di Andrea Della Valle da presidente della Fiorentina. Così come erano previste, eppure singolari, le dimissioni di suo fratello Diego, il 21 di marzo del 2006, dimissioni dal consiglio direttivo della Confindustria dopo i fatti e le urla di Vicenza. Stavolta il popolo reagisce, il popolo del calcio, la curva, i tifosi, il collettivo autonomo, la pancia della città, quella che già aveva mal digerito l'arrivo e la presa di potere del club di una famiglia marchigiana, elitaria per frequentazioni, Capri e affini, umile nelle radici, secondo letteratura e biografia aziendale, nata e cresciuta nell'odore del cuoio, della tomaia, della colla, insomma vita da ciabattini. Trasformata poi in lusso in Italia, in Europa, nel mondo.
I Della Valle avevano, forse hanno, un'idea diversa (dagli altri) del mondo del football. Hanno fatto i conti con lo zoo senza gabbie e ci sono finiti dentro, affamati dello stesso cibo, la vittoria a tutti i costi, il mercato, gli arbitri. Quando presero in mano la Fiorentina questa nemmeno portava il nome antico, i misfatti finanziari e contabili l'avevano svergognata in serie C, l'insegna della ditta era diventata Florentia. Anche per questo i tifosi duri e puri non avevano gradito che i marchigiani di Casette d'Ete avessero atteso il coma e la morte del club prima di intervenire con l'ossigeno e i farmaci della guarigione. Poi i fatti sono andati come tutti sanno, la Fiorentina è tornata tale, abbandonando l'interim e la C, è risalita, categoria per categoria, ha messo su muscoli e sangue, è arrivata alla A, alla coppa Uefa, alla Champions league, roba grossa. Firenze sogna? Come sempre, ma nel calcio servono i gol, servono i tre punti, serve alzare una coppa, mettere in argenteria un trofeo, una targa, qualcosa che segni un momento, in attesa di segnare un'epoca. Diego Della Valle non è tipo da scaldarsi troppo per un quattrotretre, suo fratello, Andrea, il delfino curioso e buono, ci ha messo l'anima e la faccia, Firenze, non tutta, ha preso a crederci. Insieme con l'impresa calcistica ha preso corpo l'impresa industriale, imprenditoriale. I Della Valle hanno capito che Firenze poteva e può uscire dal diminutivo romantico «Fiorentina», crescere nell'immagine già edulcorata con una serie di operazioni fair play (il terzo tempo, la stretta di mano a fine partita tra le due squadre, ideata e voluta dai Della Valle) tese a riverniciare l'azienda dopo i fatti di Calciopoli. Tutto bello, tutto giusto ma il disegno di Diego e Andrea prevedeva altro, non soltanto applausi e coriandoli. Un nuovo stadio, un'area riservata alle attività della squadra, una fiorentinopoli, la cittadella, tanto per restare nel vezzeggiativo e diminutivo, dello sport. E qui gli imprenditori del lusso e della moda sono andati a sbattere contro i barcaroli della politica nostrana, leggine, vincoli, assessori, portaborse, belle arti. Cambiati i sindaci non è cambiato lo scenario, mentre la Fiorentina calcio sta rivedendo il proprio guardaroba, vendendo i pezzi migliori a grandi prezzi, incassando e spendendo con prudenza, forse troppa. Quindi la piazza si è riscaldata ancora, i fischi hanno tenuto lontani dallo stadio Franchi sia Andrea sia Diego mentre sui tavoli del municipio le carte del progetto della cittadella finivano coperte da polvere e silenzio. Infine la scomparsa precoce e feroce di Oscar Micucci, parente e braccio destro della famiglia nell'impresa calcistica, hanno spinto la situazione al limite. Così la decisione del sindaco Renzi di accettare e condividere il progetto della cittadella nell'area Castello con un aut aut: nessun insediamento residenziale, non un centimetro in più se non per aree verdi e riservate alla pratica sportiva. Tutto a carico, elemento non marginale, degli stessi Della Valle che hanno idee più chiare e decise rispetto agli amministratori pubblici. Il contesto è appena cambiato ma la temperatura corporea degli azionisti di maggioranza è aumentata, alcuni risultati ottenuti dalla squadra, la contestazione del pubblico (fa parte della storia calda della città) non hanno agevolato la risoluzione della vicenda. La Fiorentina torna all'antico, già in passato la proprietà aveva affidato a personaggi e manager il ruolo dirigenziale principe, da Pier Cesare Baretti a Righetti, a Sconcerti, allo stesso Gino Salica che aveva occupato la carica di presidente all'inizio dell'avventura dei Della Valle. Le dimissioni d Andrea sono arrivate il giorno dopo la vittoria interna contro la Sampdoria, quasi a confermare che la squadra e i suoi risultati nulla hanno a che vedere con il futuro della società, semmai i boatos dei nemici, le gelosie di una Firenze snob, non quella delle curve ma quella della tribuna vip che non accetta «i ciabattini al loro desco!», roba piccola e vintage, comunque fastidiosa.
Le voci sull'interessamento di Bertelli all'acquisto del pacchetto di maggioranza fanno parte del solito monopoli nostrano. I Della Valle hanno ancora voglia di camminare. Occupandosi di calzature sanno come fare.