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Fisher ci insegna a distinguere la vita dalla morte nell'epoca della Rete

Il filosofo riflette sulla natura dell'uomo e sulla promessa di eternità digitale

Fisher ci insegna a distinguere la vita dalla morte nell'epoca della Rete

Siamo nel 1999, anno cibernetico per eccellenza. Denso di presagi oscuri al volgere di millennio. Antiche profezie e nuovissimi timori parvero affacciarsi in una società impaurita. Fu in quell'anno che Mark Fisher concluse il suo ciclo di formazione dottorale, sottoponendo la tesi Flatline constructs: Gothic Materialism and Cybernetic Theory-Fiction. L'Università di Warwick, dove Fisher si stava addottorando e dove si era plasmato nel caos tellurico e cyberpunk delle lezioni della CCRU di Nick Land, si stagliava nel panorama accademico inglese come un monolite postmoderno, propenso a trasformare gli slanci di un Ballard, di un Borges e di un Deleuze in chiave di volta per comprendere le infinite intersezioni tra mondo virtuale, linguaggio del potere, architettura e letteratura.

Capita che un autore assurto a un certo grado di seguito, di culto si potrebbe dire ingerendo la pillola amara delle fascette pubblicitarie spacciate per approfondimenti, venga scandagliato nel profondo dell'anima e della penna, e che di lui si pubblichi qualunque cosa porti stampigliato il suo nome-calamita sopra. A Fisher questo destino è capitato in sorte per altri volumi che sono una mera rimasticatura di lingua da blog, frettolosamente assemblati e dati in pasto al pubblico.

Materialismo gotico edito in queste settimane da Einaudi e che è la traduzione della tesi di dottorato di Fisher, con il sottotitolo slabbratosi a prendere il posto del titolo effettivo, non rientra però nel triste paradigma di cui sopra.

Il titolo Materialismo gotico suona bene, ha una sua centralità concettuale nel peso del lavoro, anche se "Flatline Constructs" rimandava quel senso del controllo psico-architettonico evocato da Deleuze in Due regimi di folli: "nel costruire autostrade, si moltiplicano i mezzi di controllo. Le persone possono viaggiare all'infinito e in modo apparentemente gratuito senza essere fermi in un posto e proprio in questo modo si viene controllati in modo perfetto. Ecco, questo è il nostro futuro". In quegli anni, il cyberspazio non aveva acquisito solo dimensione letteraria alla William Gibson, ma si era inabissato in quella più ferocemente prosaica della normativa americana, della prima vera cartografia del mondo virtuale tracciata dalla Corte Suprema nel 1997, e nei cyber-atlanti redatti da geografi e sociologi. C'era fermento, e c'era caos. E preoccupazione. Il Millennium Bug sembrava rappresentare una maledizione capace di sconvolgere il reale e la carne. E il futuro autore di Realismo capitalista, i cui germi concettuali ballonzolano in Materialismo gotico, snocciolava il peso del fare filosofia non tanto con il nietzschano martello quanto con l'uso politico-filosofico del canone letterario. In questa prospettiva, nessuno può negare che Materialismo gotico sia un libro essenziale; per capire davvero Fisher, e il Fisher immerso fino al midollo nel carnaio psichedelico e iperstizionico della CCRU, e per comprendere e leggere lo stesso Nick Land. Potabile Fisher, ormai indigeribile e inavvicinabile, in apparenza, Land, come emerge dalla trascurabile postfazione di Adam Jones nella quale lo si riduce, senza nominarlo, a "un uomo che avrebbe attraversato un grave tracollo mentale". Grottesco errore prospettico. Perché Nick Land è l'ossatura portante, l'esoscheletro licantropico di Materialismo gotico e di tutta la Theory-Fiction. Il Land di Meat (or How to Kill Oedipus in Cyberspace), il Land di Cybergothic, il Land di Making it with Death: Remarks on Thanatos and Desiring-Production. Apparso quest'ultimo, quasi incredibile rilevarlo oggi, sulle prestigiose pagine del Journal of the British Society for Phenomenology, nel gennaio 1993. Materialismo gotico è una costruzione esacerbante scavata nel costato della letteratura, del cinema e della cultura pop, uno slancio visionario, e cupissimo, tra Ballard, Cronenberg, Borges, Gibson, Deleuze, Baudrillard, Dick, Burroughs, che assembla un futuro già arrivato, già palesatosi in cyber-epifanie, distribuito in maniera lancinante e diseguale. Tra "La mostra delle atrocità" quale de-territorializzazione della fantascienza e la baudrillardiana "Vendetta del simulacro", tra "Samuel Butler e il surplus del codice" e "Neuromante" come fabbrica WASP, Fisher compone un cyber-carnevale che usa cinema, fantascienza, esoterismo, letteratura alta, quale tavola crittografica per decodificare il senso di un reale che all'epoca, e ancor più oggi, era in ebollizione e in discussione.

Il "materialismo gotico" di cui scrive Fisher è sintesi di materialismo post-storico e cultura gotica, tecnosfera e flatine, linea piatta cibernetica in cui collassa la distinzione tra vita e morte, tra organico e artificiale, in cui ogni orizzonte si risolve in chiaroscuro accelerato e negativo.

Sono gli spettri del capitalismo e gli zombie di Marx: da Derrida ai mercati finanziari resi ormai cyborg di numeri, dati e denaro, lungo la dorsale dell'horror e del freudiano perturbante. Corpi senza organi e disagio mentale innervatisi nel cuore di un presente tecnologicamente avanzato.

Volume che è Stele di Rosetta di un labirinto di segni, simulacri e chip, con piattaforme poi degenerate e che hanno inghiottito il mondo, tra Infobahn, sorgenti di dopamina e stanchi giganti di norme e postille col fiato corto nel loro voyeurismo

iper-burocratizzante.

Tra le pagine di Materialismo gotico si scorge quella luce rossa, intermittente, di un cartello neon lasciato penzolare nel deserto attorno Las Vegas e che, dolente, ci avverte: solo il Caos è reale.

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