Mentre stava lavorando alla sceneggiatura de La dolce vita, Ennio Flaiano fu colto dall'ispirazione per un nome destinato a cambiare il lessico globale. L'esigenza narrativa era quella di dar vita a un fotografo che non fosse un semplice comprimario, ma un vero e proprio condensato simbolico di una nuova fauna urbana. Si trattava di tipizzare quegli instancabili cacciatori d'immagini che allora popolavano le notti romane, pronti a inseguire il riflesso dei divi tra i tavolini di Via Veneto. Questi operatori dell'obiettivo immortalavano frammenti di realtà spesso al limite tra il pubblico e il privato, catturando momenti curiosi, talvolta scabrosi e solo raramente spontanei, di icone intramontabili della cinematografia e della nobiltà decaduta. Il loro strumento principale era il flash: quel numinoso lampo al magnesio che squarciava le tenebre per illuminare, con violenza quasi chirurgica, la scena notturna e i suoi demoni inquieti.
Flaiano scelse per lui il nome Paparazzo. Si trattava di una scelta linguistica singolare, caratterizzata da una fonetica volutamente sguaiata e quasi onomatopeica: pare infatti che lo scrittore pescarese fosse stato ispirato dal movimento repentino delle vongole veraci durante la cottura. Nel calore della padella, il guscio del mollusco si schiude all'improvviso, con un guizzo che ricorda lo scatto secco di un otturatore. È un'apertura proditoria, un'esplosione che avviene in un istante, esattamente come la deflagrazione luminosa che precede l'immagine impressa sulla pellicola.
Il successo planetario del capolavoro di Federico Fellini trasformò quel nome proprio in un epiteto universale. In brevissimo tempo, la figura di Paparazzo smise di appartenere alla finzione cinematografica per farsi archetipo: in ogni angolo del globo, il termine iniziò a indicare quella specifica categoria di reporter d'assalto, implacabili e indiscreti. Oggi, "paparazzo" è una parola che abita stabilmente ogni dizionario del mondo, testimoniando come un'immagine poetica possa trasformarsi in un pezzo irrinunciabile della nostra cultura collettiva.
La Einaudi ha dato alle stampe, non molto tempo fa, un volume fotografico assai elegante, curato con acume da Francesco Piccolo e intitolato, con icastica precisione, proprio Paparazzi (pagg. 112, euro 30). Piccolo sceglie di dipanare, attraverso il filo conduttore delle immagini, una fitta trama di momenti storici che hanno segnato la vita italiana della seconda metà del secolo scorso. In questo percorso, tuttavia, è sempre l'immagine a esercitare il primato assoluto. In questo modo, Piccolo riesce a preservare intatto quel nucleo di verità, talvolta grezzo e ineffabile, che solo l'occhio indiscreto del paparazzo è stato capace di fissare per sempre sulla pellicola, lasciando che la Storia parli da sé attraverso i suoi protagonisti immortalati. L'intuizione più profonda e feconda che emerge è proprio questa: le fotografie scattate dai paparazzi non sono semplici curiosità di cronaca rosa, ma custodiscono una verità storica granulare che sfugge sistematicamente alla fotografia istituzionale, a quella ufficiale o alla posa studiata dei ritratti d'autore. In questi scatti "rubati" sembra quasi che sia rimasto impresso il codice genetico di un'intera società. È come se nelle pieghe di quelle immagini sgranate si trovasse iscritto il vissuto più intimo, autentico e segreto di un'epoca trascorsa, rivelando le pulsioni sotterranee e le tensioni nervose che agitavano l'Italia del boom e degli anni successivi. In questo volume, la forza dell'immagine risalta attraverso la documentazione delle aggressioni dirette ai fotografi. Emergono gli scatti d'ira incontrollata dei personaggi famosi, colti nel momento in cui la maschera pubblica cede il passo all'uomo nudo, e quegli sguardi d'intesa, improvvisi e complici, che sfuggono a ogni controllo razionale. Sono frammenti di realtà che mettono a nudo le implicazioni scandalose di amori colti in statu nascendi, relazioni non ancora filtrate dagli uffici stampa, ma già ferocemente vive sotto il lampo del magnesio. Quella che vediamo non è dunque solo una parata di celebrità, ma la messinscena di un conflitto tra pubblico e privato, dove il fotografo agisce come un catalizzatore di verità involontarie. In queste pagine, il passato non ci appare come una rassegna di monumenti immobili, ma come una materia ancora calda e pulsante, che solo l'occhio indiscreto della macchina fotografica ha saputo sottrarre all'oblio della storia ufficiale, restituendoci l'anima più autentica di un secolo.
Naturalmente, questo microcosmo artistico e intellettuale, così intriso di mondanità e apparentemente dominato dalla frivolezza, è solo in superficie una realtà d'evasione. Sarebbe un errore considerarlo un regno separato dagli avvenimenti più profondi, urgenti e talvolta traumatici del tempo storico; al contrario, ne è spesso il sintomo più acuto. Nel corso dei decenni, il ruolo del pettegolezzo e la figura del paparazzo hanno subito una metamorfosi cruciale, smettendo di essere meri strumenti di intrattenimento per diventare una chiave di lettura centrale e imprescindibile dei fatti più complessi e, per questo, irrisolti della realtà che abitiamo. La traiettoria che parte dalle cronache leggendarie di Hollywood Babilonia e dalle atmosfere felliniane de La dolce vita non si ferma all'aneddotica, ma prosegue attraverso i grandi traumi collettivi della modernità. Passando per la morte tragica di Lady Diana e attraverso lo scandalo Lewinsky, che ha ridefinito i confini tra vita privata e potere politico, fino ad arrivare alle inquietanti ramificazioni del caso Epstein, emerge una consapevolezza disturbante. Ci si rende conto che dentro quelle immagini "scandalistiche", spesso sdegnate dall'estetica ufficiale, si cela in realtà il fondo scuro, viscoso e ambiguo del tempo che passa.
Questi scatti non sono dunque semplici intrusioni, ma diventano i documenti di una contro-storia che illumina le zone d'ombra della nostra civiltà. Nello sguardo rubato o nella scena compromettente si riflettono le ipocrisie, i sogni infranti e i rapporti di forza di una società che, mentre cerca il divismo, finisce per mostrare le proprie ferite più profonde.
Il paparazzo, dunque, non è più solo un osservatore indiscreto, ma il testimone oculare di quel sottile confine dove la gloria sfuma nel dramma e il segreto diventa, improvvisamente e violentemente, patrimonio di tutti.