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Almanacco del mondo 2026: Trump, l'Europa e i loro nemici

La nuova postura strategica statunitense dovrebbe trovare il suo baricentro nell'Artico, potenzialmente trasformando la Groenlandia nel fulcro di una crisi diplomatica senza precedenti

Almanacco del mondo 2026: Trump, l'Europa e i loro nemici
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Nel 2026, gli Stati Uniti agiranno come il principale catalizzatore di instabilità globale. Il divario tra la presidenza Trump e la sua base elettorale, anche alimentato da un costo della vita ancora elevato, spingerà il presidente verso una mobilitazione elettorale permanente in vista delle elezioni di metà mandato. Questo ripiegamento interno non comporterà un isolazionismo passivo, ma un unilateralismo transazionale: l'amministrazione Trump disinvestirà in misura ancora maggiore dalle tradizionali alleanze multilaterali per concentrare le proprie risorse su obiettivi chiari di diretto interesse nazionale.

La nuova postura strategica statunitense dovrebbe perciò trovare il suo baricentro nell'Artico, potenzialmente trasformando la Groenlandia nel fulcro di una crisi diplomatica senza precedenti. Citando la necessità di proteggere il Nord America dalle crescenti incursioni navali russe e cinesi, l'amministrazione potrebbe arrivare a esercitare una pressione estrema sulla Danimarca per ottenere una giurisdizione condivisa, se non il passaggio dell'isola sotto sovranità statunitense. L'obiettivo non è solo difensivo, ma punta al controllo diretto dei giacimenti di terre rare, essenziali per spezzare il monopolio della Cina nella produzione di magneti per la difesa e l'industria high-tech. Per gli Stati Uniti, la Groenlandia non è più un territorio remoto, ma un assetto indispensabile per la sicurezza nazionale e la vittoria nella sfida tecnologica globale.

Parallelamente, il quadrante caraibico sarà teatro di una quarantena selettiva contro il Venezuela, giustificata come contrasto al narcotraffico, che equivarrà a un blocco navale mirato a recidere i flussi petroliferi verso Cuba e la Cina e riaffermare l'egemonia statunitense sulle rotte energetiche regionali. L'impatto di tale manovra sui mercati sarà significativo, comportando una forte volatilità sui prezzi del greggio, specialmente nel caso di chiusura totale delle esportazioni venezuelane.

Sul fronte interno, l'uso aggressivo degli ordini esecutivi per imporre dazi creerà frizioni con la Corte Suprema, il Congresso e i mercati, ma, in nome della sicurezza nazionale, alla fine la Corte Suprema eviterà molto probabilmente di bloccare la Casa Bianca. A differenza dell'approccio conflittuale con l'Europa, verso la Cina l'amministrazione Trump potrebbe optare per ancora un altro accordo transazionale. In cambio di concessioni commerciali immediate e dell'acquisto massiccio di beni statunitensi, Washington potrebbe offrire una tacita e ambigua accettazione delle ambizioni di Pechino su Taiwan, interpretando la difesa dell'isola come un costo non più sostenibile, a patto di aver già messo in sicurezza l'approvvigionamento di terre rare in Groenlandia.

Tutto questo mentre l'entusiasmo per l'Intelligenza Artificiale rischierà di trasformarsi in una nuova bolla finanziaria. Un eventuale crollo della capitalizzazione dei giganti dell'hi-tech potenzierebbe ulteriolmente l'anima protezionista dell'amministrazione, spingendola a un intervento statale coercitivo per tutelare l'industria domestica, accelerando la frammentazione dei mercati globali.

Nel caso, un tale svolta non potrà non produrre effetti anche nel Pacifico, dove alleati come Giappone e Corea del Sud si ritroverebbero costretti a riconsiderare le proprie dottrine di difesa, alterando gli equilibri regionali. In questo panorama frammentato, dovrebbe emergere il protagonismo del Sud Globale, con l'India nel ruolo di ponte tra Occidente e BRICS+, mentre la diffusione di sistemi di pagamento alternativi al dollaro inizierà a creare frizioni sistemiche nei mercati.

Nelle aree di crisi storica, l'approccio diventerà di pura gestione del rischio. Il Medio Oriente vivrà una fase di conflittualità permanente ma contenuta, dove Iran, Israele e Stati Uniti eviteranno lo scontro totale, anche per non affrontarne gli alti costi, continuando a muoversi tra deterrenza e diplomazia mirata. In Europa orientale, il conflitto in Ucraina proseguirà indipendentemente da una ormai tutt'altro che certa leadership di Zelensky, radicandosi in equilibri strategici che prescindono ormai dai singoli leader.

L'Europa, di conseguenza, tenterà di trasformare la sua astratta autonomia strategica in realtà operativa.

Dovrà però farlo in un clima di vera instabilità politica: la Francia, già quasi paralizzata da due anni di coabitazione tra Macron e un'Assemblea ostile, entrerà in una difficile fase di pre-campagna presidenziale caratterizzata dall'ascesa di una destra anti-europeista; la Germania affronterà la crescita della destra più nazionalistica e una crisi industriale legata ai costi energetici; il Regno Unito vedrà il logoramento del governo laburista, con una frammentazione del conservatorismo che potrebbe favorire l'ascesa di Farage verso Downing Street.

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