Zucchero, giorni fa, ricordandosene proprio alla partenza del nuovo tour, ma la coincidenza fra indignazione e business è casuale, ha lanciato un appello: il mondo della musica non deve aver paura di alzare la voce contro la guerra! Giusto. Ma quale? Tutte o solo alcune?
Ieri Piero Pelù ha detto: "Agli artisti manca il coraggio!", proclamando che al Concertone del Primo maggio "Noi ci saremo": "Suoneremo contro la Meloni!". In diretta su Telemeloni.
Pochi giorni fa 80 artisti hanno firmato una vibrante lettera per chiedere l'esclusione di Russia, Israele e Usa dalla Biennale di Venezia. Ma perché limitarsi? Se scoprono quanti sono i conflitti nel pianeta potrebbero anche chiudere le porte a Siria, Yemen, Iraq, Iran, Sudan, Congo, Somalia, Etiopia, Mali, Niger, Myanmar, Afghanistan...
E la settimana scorsa 200 attori e registi hanno lanciato un appello contro il governo (degli altri) che ha tagliato i fondi al cinema (il loro).
E insomma fra artisti e intellettuali è tutto un lavarsi la coscienza firmando appelli, lanciando iniziative, sventolando bandierine e infilando fasce nere al braccio, barattando l'impegno con la visibilità e scambiando i desideri per diritti. "E dopo ci vediamo tutti alla lounge del Grand Hotel".
E la cosa ci richiama alla mente, più che le battute di Ricky Gervais, la
potenza eretica di Carmelo Bene, talmente grande da poter schifare il richiamo all'impegno con l'eterno grido (trovarne un altro così...): "Non me ne fotte nulla del Ruanda e lo dico!". Oggi c'è il Sudan, ma è lo stesso.