La giustizia impossibile imbriglia Alfano

Mancava il capo dello Stato per mettere in agitazione il povero Guardasigilli già così a corto di risultati. Giorgio Napolitano lo ha detto chiaro al governo: accantona per ora la legge sulle intercettazioni e concentrati sulla manovra economica. L’invito è talmente autorevole e la rogna sulle intercettazioni così grande che nove su dieci sarà il presidente ad averla vinta.
E se succede, cosa resta ad Angelino Alfano se non cercare di prevenire l’ulcera che rischia di guastargli gli ultimi mesi di giovinezza prima che a ottobre entri negli «anta»? Il bilancio del ministro della Giustizia è infatti così magro da essere prossimo al digiuno. E dire che una buona metà dei due anni e rotti di legislatura sono stati dedicati alla giustizia. Con risultati però da zero virgola come dimostra la rassegna che segue. Prima va però detto che Angelino è stato eroico. Ha avuto tutti contro: i magistrati, le opposizioni e Gianfranco Fini che si è voluto fare bello con gli uni e con le altre. Chiaro che, avendo al collo il fiato di costoro, qualche pasticcetto lo ha fatto anche lui.
L’iniziativa più inutile è stato il decreto per riammettere la lista del Pdl romano esclusa per un plateale ritardo. L’errore c’era e bisognava cavallerescamente fare buon viso. Invece, si è tentata la sorte con un provvedimento abborracciato. Risultato: sei diversi tribunali lo hanno bocciato. Giuridicamente, un cappotto. Grazie agli elettori, invece, le cose sono andate poi benone e il Pdl, pur azzoppato, ha vinto.
Il fallimento più clamoroso di Alfano è però quello che porta il suo nome: il famoso lodo. Figlio di due lodi precedenti, Maccanico e Schifani, doveva evitare i processi alle quattro maggiori cariche dello Stato durante l’esercizio del mandato. Poiché i due primi lodi - confluiti poi in uno - erano stati bocciati dalla Consulta, Angelino aveva preso ogni precauzione, sviscerato la materia, obbedito alle indicazioni della Corte. Sapienza buttata al vento. I giudici costituzionali gli hanno infatti tirato un perfido scherzetto. Senza neanche entrare nel merito, hanno sentenziato che una legge ordinaria non bastava ma ce ne voleva una costituzionale. Il lodo di Angelino era perciò carta straccia. Preso il Valium e cominciata una cura di Buscopan, il Guardasigilli si è rimesso al lavoro. Constatato che da noi i processi durano 20 anni, si è fitto in capo di fissare un limite di sei. È nato così il «processo breve». Provvedimento ottimo che però, in un Paese in cui pur di fare dispetto al governo del Berlusca ci si impicca da soli, non è piaciuto ai soliti noti. Le toghe hanno lanciato alti lai dicendo che loro in sei anni fanno, si e no, un grado di giudizio, non tre. L’opposizione, senza badare all’interesse dei cittadini per un processo in tempi decenti, ha urlato che si voleva favorire il Cav e si è messa di traverso. Angelino ha resistito e il testo è stato approvato dal Senato. Giunto alla Camera, lo ha affossato Fini. Ha messo su una gran canizza: «Pensiamoci su, riflettiamo bene, anche la sinistra deve essere d'accordo». Conclusione: il «processo breve» è fermo a Montecitorio da gennaio. Ora, come abbiamo visto, lo stesso sta accadendo con il disegno di legge sulle intercettazioni. Il Senato lo ha approvato nelle settimane scorse ma ora rischia l’insabbiamento alla Camera. Solito turbinio di Fini - «così non va», «i deputati modifichino il testo» ecc - e, dall’alto, ci ha messo del suo Napolitano dando precedenza alla manovra economica.
Per Angelino quattro sconfitte su quattro. È con questo medagliere che il Guardasigilli si appresta alla riforma della Giustizia con la separazione delle carriere tra Pm e giudici. Per farla, ci vuole una legge costituzionale: due decisioni uniformi di Camera e Senato, con congruo intervallo di tempo tra una lettura e l’altra. Era, vista la durata, il classico provvedimento dei primi cento giorni. Angelino però - sapendo i calli che avrebbe pestato - ci ha ponzato oltre il dovuto. Da due anni annuncia la riforma che invece resta al palo. Il 27 agosto 2008 disse al Giornale: «È pronta. Domani, 28 agosto, la presento al Cav in Consiglio dei ministri». Ma il Consiglio si limitò ad elevare a capitaneria di porto l’ufficio marittimo di Corigliano Calabro. Angelino bofonchiò: «L’ho rimandata all’autunno». Passò invece l’inverno e arrivò il 2009. In quell’anno, un mese sì e uno no, fece sapere che la riforma era alle porte. Poi, all’improvviso, disse che era ancora allo studio perché è materia delicata e voleva andarci coi piedi di piombo. Trascorre altro tempo e nel giugno di quest’anno nuovo annuncio. «Ci siamo. La presento in settembre», ha detto confermando la preferenza crepuscolare per i mesi autunnali. Se anche manterrà la parola, c’è da chiedersi come farà il Parlamento ad approvare contemporaneamente la legge costituzionale di riforma e i due provvedimenti in panchina sulle intercettazioni e il processo breve. Mistero.
Finora, una sola ciambella gli è riuscita col buco: la legge sul legittimo impedimento. È quella che consente al premier e ai suoi ministri di non presentarsi in udienza se in quel giorno hanno incombenze governative. Ma è uno scudo che vale solo 18 mesi. Poiché il «legittimo impedimento» è di marzo, gli effetti scadranno nel settembre 2011. Tredici mesi scarsi. Dopo quella data, il Cav - poiché è soprattutto lui a essere nel mirino delle toghe assatanate - o sarà coperto da una legge costituzionale o dovrà subire i processi.
Nel giro di un anno, dunque, tutti i tasselli saltati finora dovranno tornare al loro posto. Ossia: le due leggi ordinarie in parcheggio (intercettazioni e processo breve) e le due costituzionali - legittimo impedimento e separazione della carriere - ciascuna delle quali - da sola - intaserà il Parlamento dai sei agli otto mesi.
Non serve il pallottoliere per dire che l’impresa è impossibile e l'orizzonte fosco.

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