Goethe e Schiller, dialogo fra giganti (neo)classici

Le lettere che si spedirono fra il 1794 e il 1805 sono un resoconto del secolo d'oro della letteratura tedesca

Goethe e Schiller, dialogo fra giganti (neo)classici

A metà dicembre del 1788, sei mesi dopo il ritorno a Weimar, dopo quasi due anni in Italia, Goethe annotava: «Non so dire quanto abbia sofferto lasciando Roma. Quel che mi circonda al momento non m'invita granché all'esercizio e alla contemplazione dell'arte». Disperatamente solo, né lo rincuorava l'intimità con Christiane Vulpius, la giovane operaia con cui aveva allacciato una relazione clandestina, di cui tutta Weimar sapeva. Gli amici non lo comprendevano più, né lui capiva più loro.

In quei mesi, Schiller, l'altro grande scrittore della letteratura tedesca, confidava, riferendosi a Goethe, che «il suo mondo non è il mio». Anche il giovane autore del Don Carlos si sentiva incompreso, non accettato, escluso dalla cultura ufficiale, ma aveva un progetto che voleva realizzare e lo strumento più adeguato era una rivista: Die Horen («Le Ore»). Aveva già dato prove convincenti di organizzatore culturale, ma questa volta il piano era veramente ambizioso e per realizzarlo aveva bisogno degli intellettuali e artisti più affermati e soprattutto determinante sarebbe stata l'adesione del principale scrittore dell'epoca, di lui: Goethe. La manovra di avvicinamento fu graduale e strategica, culminata con una ossequiosa lettera del 13 giugno 1794, in un momento particolarmente propizio per entrambi, come conferma il deferente finale dell'invito: «Quanto più sarà grande e attento l'interesse di cui degnerete la nostra impresa, tanto più ne crescerà il valore presso quel pubblico, la cui approvazione è per noi di somma importanza. Con la più alta considerazione rimango, Illustrissimo, il Vostro devotissimo servitore e lealissimo ammiratore Schiller».

L'alleanza che si creò significò anche il superamento di spigolosità caratteriali e generazionali. Goethe era del 1749, Schiller del 1759; inoltre Goethe era dell'alta borghesia, nobilitato nel 1782 (a quel tempo il titolo contava ancora molto), ministro del Duca di Weimar; Schiller era uno scrittore già celebre, ma senza una vera sistemazione sociale. Il patto tra i due si saldò nella comune opposizione al massimo evento dell'epoca: la Rivoluzione francese. A differenza dell'entusiasmo, almeno iniziale, di numerosi intellettuali da Kant a Hegel e Hölderlin - Goethe e Schiller compresero che la via tedesca alla politica era quella del «compromesso storico» tra aristocrazia illuminata e borghesia colta nel nome dell'umanesimo classico. Gli ideali del neoclassicismo ispirarono quell'accordo culturale fondato sul patto di tacere, di non accennare mai ai fatti di Parigi. Di fronte ai clamori e ai proclami filo-rivoluzionari, la scelta inattuale dei due scrittori, ormai alleati, era di non parlarne mai e mai silenzio fu più assordante. La coalizione si cementava nel patto sottinteso di ignorare la Rivoluzione e la guerra con un chiaro atteggiamento di distanza e di irreversibile disprezzo per il «sanculottismo letterario», secondo un'espressione di Goethe. L'epistolario diventa così la pietra miliare di quella cultura tedesca radicalmente antipolitica, culminata nel 1918 nelle Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann, ripresa e aggiornata nel «Passaggio al bosco» (Trattato del ribelle) di Ernst Jünger nel 1951.

L'ostilità antirivoluzionaria è il filo rosso che attraversa il Carteggio tra Goethe e Schiller, ora tradotto per la prima volta integralmente a cura di Maurizio Pirro e Luca Zenobi, autori di una superba introduzione, per l'editore Quodlibet e l'Istituto italiano di studi germanici. Sono circa mille lettere (e più di 1000 pagine, euro 60). L'epistolario s'interrompe il 27 aprile 1805: Schiller morì il 9 maggio a 45 anni, consumato dalla malattia e dall'eccessivo lavoro. Il carteggio è il vero trattato del classicismo, punto di riferimento insostituibile per l'intera cultura europea. Le lettere sono, inoltre, l'esempio di una intensa collaborazione culturale. Sollecitato da Schiller, sempre generoso nei consigli e nella fiducia, Goethe porta a termine il Wilhelm Meister, riprende a scrivere il Faust, mentre Schiller viene, a sua volta, incoraggiato da Goethe a concludere i suoi lavori teatrali, soprattutto a non interrompere la stesura della trilogia del Wallenstein e dell'ultima tragedia, il Wilhelm Tell (da cui Rossini prese lo spunto per l'opera omonima).

Accanto all'impegno impolitico (in realtà assai politico) vi era un'altra battaglia che vede ancora alleati i dioscuri di Weimar: la lotta contro il romanticismo, o più esattamente contro i tentativi della nuova generazione romantica soprattutto i fratelli August Wilhelm e Friedrich Schlegel - di sabotare l'estetica neoclassica. Nel carteggio affiora una gioiosa vis polemica, culminata nell'esortazione di Schiller: «Bisogna dar fastidio, turbare la pace, mettere in agitazione». E l'olimpico Goethe era pienamente d'accordo a «incommodiren».

Neoclassicismo e romanticismo vennero poi travolti dal comune tramonto della età dell'arte di fronte alle nuove tendenze che dal 1830 imposero una letteratura politica, liberale e sociale, insomma engagée. Quando nel 1828-1829 Goethe pubblicò in sei volumi il carteggio, era consapevole che un mondo, il suo mondo, era tramontato: «Ci sta davanti questa testimonianza di un'epoca trascorsa che non tornerà più e che tuttavia esercita ancor oggi i suoi effetti producendo un influsso vivo e potente». Ormai anziano, di nuovo e definitivamente isolato, intuisce che il carteggio rappresenta il testamento di una stagione epocale: «Se si considera che nel 1806 ebbe inizio l'invasione francese, si vede subito che queste lettere chiudono un'epoca della quale non ci rimane quasi più traccia».

L'epistolario è l'estrema reliquia della socievolezza settecentesca, il monumento a quella che venne chiamata la Goethezeit, l'«età di Goethe», presto dimenticata, ma più tardi riscoperta e, a ragione, canonizzata come il secolo d'oro della letteratura tedesca.

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