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Il dovere di un esercito

Crosetto non vuole ricostruire le caserme, non vuole plotoni di ragazzi trascinati per i capelli a fare flessioni. Vuole una cosa elementare, che in Italia pare sempre rivoluzionaria: preparare un minimo di riserva

Il dovere di un esercito

Quando il ministro Guido Crosetto ha pronunciato la parola «leva», mezza Italia ha sentito un colpo alla nuca. Ai giovani sono venuti in mente videogiochi trasformati in campi di addestramento; ai padri, invece, è tornato su l'odore delle camerate, degli zaini sfondati, dei richiami all'ordine che nessuno osava contestare. Ma poi Crosetto ha aggiunto l'aggettivo miracoloso: «Volontaria». E allora tutti a grattarsi la testa. Leva volontaria: sembra una barzelletta, tipo «silenzio rumoroso» o «vegano carnivoro». E invece no. È una delle rare volte in cui un ossimoro funziona meglio della frase normale.

Per capire l'operazione bisogna togliersi dalla mente i fantasmi della naja. Crosetto non vuole ricostruire le caserme, non vuole plotoni di ragazzi trascinati per i capelli a fare flessioni. Vuole una cosa elementare, che in Italia pare sempre rivoluzionaria: preparare un minimo di riserva. Cittadini capaci, istruiti, pronti a mettersi a disposizione dello Stato non per fare la guerra, ma per evitare il caos. Se cade un ponte, se salta la rete elettrica, se arriva un'alluvione, se l'acquedotto resta con un solo tecnico perché gli altri sono a letto con la febbre, non puoi chiamare i poeti. Ti serve qualcuno che sappia andare, fare, agire. Non servono eroi: servono competenti. Il che, di questi tempi, è un'utopia.

A complicare la faccenda c'è il fatto che in Italia la parola «dovere» è considerata offensiva. E già nel 2015 si vedeva benissimo. Salvini allora versione adolescenziale di quello che è oggi scrisse: «La Lega sta preparando una proposta per reintrodurre il servizio civile e militare obbligatorio. Rispetto per il prossimo, spirito di sacrificio, generosità. Siete d'accordo?». Letta così, sembrava più il volantino di una parrocchia che un progetto di riforma. Eppure centrava tre questioni che oggi fanno ridere solo chi non ha capito nulla del mondo moderno: rispetto, sacrificio, generosità. Tre parole sparite dal vocabolario nazionale, sostituite

da diritto, diritto, diritto. L'unico verbo coniugato dalle nuove generazioni è «mi spetta». E se provi a dire «ti tocca», ti rispondono con un avvocato.

È proprio qui che l'idea di una leva volontaria diventa interessante. Non obbliga nessuno e meno male, perché l'obbligo creerebbe solo isteria ma offre un percorso. Un anno in cui uno impara a stare dritto, a portare una responsabilità, a far parte di un corpo. Non è un collegio, non è un carcere, non è un rito di iniziazione. È un bagno di realtà. Qualcosa che tolga dal cervello la convinzione che esista solo il proprio ombelico. Che serva a capire che non è sempre pronta la pappa mentre tu ciondoli aspettando un lavoro che non arriva per miracolo.

Crosetto, infatti, non sta pensando a un esercito di adolescenti spaesati con fucili di plastica. Vuole una «riserva ausiliaria dello Stato»: professionisti esperti, ex militari, volontari in ferma prefissata, tecnici, medici in pensione, persone che hanno già messo le mani nel mondo reale. Diecimila per iniziare. Gente che sappia tenere in piedi una rete, coordinare una squadra, soccorrere chi sta sotto, riparare ciò che si rompe. Una forza pronta ma discreta. Niente prima linea, niente eroismi imposti: supporto, competenza, presenza. Una sorta di assicurazione sulla vita del Paese.

La domanda fondamentale è: serve? La risposta, purtroppo, è sì. In Italia l'idea di difendere qualcosa è evaporata. Ci si difende solo dai doveri. Non si accetta il principio di autorità, non si riconosce l'esistenza di un corpo sociale, non si ammette che esista un interesse più grande del proprio umore quotidiano. Così a scuola i professori vengono trattati come se fossero supplenti nella vita degli altri, e nelle città la sicurezza è affidata a telecamere puntate verso i cieli. In un contesto simile, anche la minima ipotesi di disciplina sembra un attentato alla libertà. Ma libertà senza disciplina è solo anarchia da salotto.

C'è poi un altro aspetto, quello che fa impallidire i pacifisti da tastiera: la Svizzera. Paese pacifico, sereno, prospero, neutrale. Da cinquecento anni non fa la guerra. Ma ha una riserva gigantesca, capillare, addestrata. Sa difendersi e proprio per questo non deve farlo. È la dimostrazione che il miglior modo di evitare le guerre è essere preparati a combatterle. Non per vincerle, ma per renderle inutili. Il che, tradotto in italiano, significa: essere deboli è pericoloso, essere preparati è prudente.

La leva volontaria se fatta bene può essere tutto questo. Deve evitare sprechi di tempo e di denaro, niente dormitori fatiscenti, niente nonnismi da trogloditi, niente ammuina da caserma borbonica. Dev'essere una scuola di capacità e mentalità: sapere difendere se stessi e gli altri, sapere obbedire quando serve, sapere comandare quando tocca, sapere collaborare senza fare scenate. Una palestra civile prima ancora che militare.

Crosetto non sta giocando a Risiko. Sta tentando di ricostruire un minimo di schiena collettiva. E chiamatela come volete leva volontaria, riserva, percorso civico resta una cosa sensata. In un Paese dove ormai anche pagare il biglietto dell'autobus sembra una violenza, proporre un po' di disciplina appare rivoluzionario. Ma la rivoluzione, oggi, è ricordare che l'Italia non è un fast food: è una casa comune. E ogni casa degna di questo nome ha qualcuno che se ne prende cura.

Crosetto vuole esattamente questo: cittadini che non si

limitino a vivere dentro il Paese, ma che siano pronti volontariamente, finalmente anche a sorreggerlo. In tempi di fragilità, è una notizia straordinaria. E perfino, permettetemi, una buona notizia. Una specie ormai rara.

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