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Gli italiani sono a casa. Il resto è solo bla bla

Il caso delle liberazioni di cittadini italiani detenuti all'estero è emblematico

Alberto Trentini (al telefono) e Mario Burlò nella residenza dell'ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito
Alberto Trentini (al telefono) e Mario Burlò nella residenza dell'ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito

Caro Direttore Feltri,
ieri il giornalista Stefano Feltri, non parente del grande Vittorione, ha vergato su X questo livoroso tweet : «Non solo è difficile rintracciare qualcosa di concreto, nell'azione del governo Meloni per la liberazione di Trentini. Al contrario, si trovano parecchi esempi di scelte diplomatiche e di comunicazione, che potrebbero averla ritardata o complicata». Giudico penosi i «rosicamenti» del collega: forse, non ha avuto torto don Carlino De Benedetti a licenziarlo dalla direzione del «Domani». Gli rinfresco qualche significativa notizia, che un bravo giornalista, in primis un ex direttore, non dovrebbe ignorare: Patrick Zaki: libero il 20 luglio 2023, governo Meloni. Cecilia Sala: libera l'8 gennaio 2025, governo Meloni. Alberto Trentini: libero l'11 gennaio 2026, governo Meloni. Mario Burlò: libero l'11 gennaio 2026 governo Meloni. Se finite in carcere, all'estero, dunque, cari lettori, anche se non siete elettori del centrodestra e di Fdi, sperate che al governo ci sia Giorgia Meloni ! La più efficace risposta a Stefano Feltri? Queste parole, pronunciate, martedì, da Trentini, ai microfoni del Tg1, dopo oltre 400 giorni di dura detenzione nelle carceri venezuelane del dittatore comunista Maduro, deposto da Donald Trump, che stima la nostra Presidente del Consiglio. «Sono Alberto Trentini. Sono qui, nella residenza dell'ambasciata italiana a Caracas. Sono libero. Desidero ringraziare il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il governo, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il corpo diplomatico, che si è attivato ed ha portato a termine la liberazione mia e di Mario».

Pietro Mancini

Caro Pietro,
hai centrato il punto, e te ne do atto senza esitazioni. Il problema non è Stefano Feltri in quanto individuo. Il problema è ciò che rappresenta. Feltri è una tessera perfetta del mosaico progressista italiano: una galassia mediatica e culturale strutturalmente incapace di riconoscere il merito quando il merito non proviene dalla propria parte politica. È una patologia, non un incidente. È un riflesso condizionato, non un'opinione. La sinistra italiana, e il suo sistema di giornali, intellettuali, editorialisti, commentatori, non possiede l'onestà intellettuale necessaria per dire: Non mi piace, ma ha funzionato. Questo passaggio logico è per loro impraticabile. Perché riconoscere un successo alla destra significherebbe ammettere che il mondo reale non coincide con la loro narrazione ideologica. E per chi vive di narrazione, la realtà è una minaccia.

Il caso delle liberazioni di cittadini italiani detenuti all'estero è emblematico. Zaki, Sala, Trentini, Burlò: quattro nomi, quattro storie, quattro rientri in patria. Tutti sotto il governo Meloni. Non uno. Quattro. A cui ne seguiranno altri. Eppure, anziché prendere atto di un dato di fatto, i sedicenti democratici si arrampicano sugli specchi, si rifugiano nelle insinuazioni, nelle mezze frasi, nelle allusioni velenose.

Non potendo negare l'esito, attaccano il percorso. È una tecnica vecchia come la malafede. Quando Feltri scrive che è «difficile rintracciare qualcosa di concreto» nell'azione del governo, non sta facendo analisi: sta facendo rimozione. Sta praticando la cecità selettiva. Perché i fatti sono lì, evidenti, documentati, persino certificati dai diretti interessati, che ringraziano pubblicamente il Presidente del Consiglio, il governo, il ministro degli Esteri e la diplomazia italiana. Ma, per certa sinistra, le parole delle vittime valgono soltanto quando accusano la destra. Quando la ringraziano, improvvisamente non contano più. C'è poi un'aggravante che molti fingono di non vedere: Giorgia Meloni non è solamente un premier di destra. È una donna. La prima donna Presidente del Consiglio nella storia della Repubblica, come già di recente ho sottolineato. E questo, per il femminismo di facciata della sinistra, è imperdonabile. Perché loro amano le donne solo quando sono allineate, obbedienti, ideologicamente addomesticate, metaforicamente velate, ossia nascoste. Una donna autonoma, forte, non progressista, per di più efficace, dura, forte, carismatica, vincente, è un affronto intollerabile.

Questo è il vero non detto. Il vero nervo scoperto. La parte, come dire, non digeribile.

Tu hai ragione: siamo davanti a una incapacità strutturale di riconoscere il valore. A una povertà di spirito prima ancora che di pensiero. A una chiusura mentale che impedisce perfino di gioire per il rientro a casa di cittadini italiani, se a riportarli è un governo che non piace. È miseria morale, prima che politica.

Quanto al contesto internazionale e al ruolo di Trump, è ovvio che la geopolitica funzioni per finestre di opportunità. Ma le finestre, caro amico, bisogna saperle aprire. E questo esecutivo ha dimostrato di saperlo fare. Con discrezione, con fermezza, con risultati. Senza sceneggiate, senza diplomazia da talk-show, senza isterie. I prigionieri sono tornati a casa. Punto. Il resto è chiacchiera. Il resto è fumo.

E spesso, anche rosicamento.

La sinistra può continuare a storcere il naso, a minimizzare, a insinuare.

Ma i fatti restano. E restano contro di loro.

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