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Meloni reloaded

La premier di quel referendum ha guardato l'anima

Meloni reloaded
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Giorgia Meloni non è cambiata. È semplicemente tornata. Una versione reloaded della prima donna eletta a Palazzo Chigi. Non è un caso che abbia commentato subito la sconfitta nel referendum sulla giustizia. Non era un atto dovuto, perché aveva chiarito che la strada del giudizio popolare non si incrociava con quella del governo. Ma i leader politici fanno così: quando l'incendio è grosso, sono quelli che entrano per primi. La premier di quel referendum ha guardato l'anima. Quel No contiene un atto di accusa contro la destra che siede a Palazzo Chigi su mandato degli italiani, che non ha nulla a che vedere con la natura tecnica del quesito, né con la riforma voluta da Carlo Nordio. E nemmeno con il garantismo, la parolaccia più di moda di questi tempi: la sinistra ne abusa accusando la destra di «garantire» gli amici suoi. Una balla. La destra ne abusa accusando i magistrati di «garantire» sempre se stessi e la propria impunità. Nessuno, né Andrea Delmastro, né Giusi Bartolozzi hanno subito condanne. Ragion per cui, in punta di azzeccagarbugli, dovrebbero stare al loro posto. E invece i due si sono dimessi e Daniela Santanchè, accusata - a differenza degli altri - per ipotesi legate alla sua attività di imprenditore prima di essere ministro, adda passà 'a nuttata, per dirla con Eduardo De Filippo. Eppure ha ragione Giorgia Meloni, perché c'è una dimensione del garantismo che interviene quando tu sei chiamato a guidare un Paese.

Proprio per garantire che tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge, tu che sei chiamato a guidarli devi dare l'esempio, privandoti di alcuni diritti che ti spetterebbero se non sedessi in un governo. Non è dare ragione ai giudici, è dare fiducia agli italiani.

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